PETIZIONE A FAVORE DELL’ASSISTENZA FAMILIARE PER I DISABILI

27 06 2010

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Lo scopo e’ quello di organizzare un fronte comune a favore della petizione che ha come causa la battaglia solitaria che Alessandra Incoronato ha intrapreso da mesi con il solo supporto politico dell’onorevole Furio Colombo.

Alessandra ha già sperimentato sulla sua pelle lo sciopero della fame e la frustrazione per le mancate risposte alle sue denunce presso gli organi competenti e ai principali esponenti dello Stato arrivando perfino ad incetenarsi invano davanti Montecitorio.

Nello specifico la petizione richiede una modifica alla legge attuale in merito alle strutture assistenziali a cui ad oggi sono destinati i fondi e la possibilità della domiciliazione degli aiuti economici verso i disabili.

Ma perché deviare queste contribuzioni dagli istituti specializzati agli stessi familiari che si prendono cura del disabile?

In primo luogo perché, stando alle denunce e testimonianze da parte di  tante persone diversamente abili e della stessa Incoronato queste strutture sarebbero mal gestite e i pazienti trattati in molti casi in condizioni di scarsa igiene e assistenza.

Inoltre perché l’ambiente domestico è per sua natura il più idoneo perché è il centro naturale degli affetti e perché i sussidi a disposizione dei familiari sono ad oggi molto scarsi.

L’analisi è semplice : 2500 euro mensili sarebbero meglio utilizzati se destinati a chi da sempre sostiene il vero carico del disabile sulle spalle, ovvero la sua stessa famiglia. Soprattutto se, come denuncia e testimonia Alessandra Incoronato, le strutture specializzate sono tutto tranne che efficienti e rispettose delle elementari norme igieniche.

Kevin de Bois

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ll Tulipano 24 giugno 2010

24 06 2010





L’orgoglio di Pomigliano di Valerio Barnaba

24 06 2010

Alla fine Pomigliano ha parlato: 62% a favore dell’accordo, 2% di astenuti o nulli e circa 36% di contrari. Il plebiscito non c’è stato, la Fiom rafforza la sua ferma opposizione al piano suggerito (ma meglio sarebbe dire IMPOSTO) da Marchionne, mentre la Fiat, stizzita, annuncia  che “l’azienda lavorerà (solo) con le parti che si sono assunte la responsabilità dell’accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri”, qundi in teoria escludendo dai tavoli delle future trattative la Fiom stessa.

Era in ogni caso dura la scelta che hanno dovuto fare i lavoratori di Pomigliano.  Non solo per le sorti del loro stesso stabilimento e del loro posto di lavoro, ma indirettamente anche per quello che questo accordo, tristemente unico nel suo genere, determina in tutto il mondo del lavoro del nostro Paese.

Per capirne meglio le conseguenze,  sul piano sociale prima ancora che su quello politico, è fondamentale spiegare quelli che sono i passaggi più controversi  di questa “intesa”  raggiunta il 15 giugno fra Fiat e Fim, Uilm, Fismic e Ugl (cioè tutte le maggiori sigle sindacali del settore, escludendo ovviamente la Fiom). L’accordo prevede sacrifici su una serie di aspetti, dagli orari di lavoro ai nuovi turni, dagli straordinari alla CIG per i 2 anni di riavviamento dell’impianto, passando ovviamente per una riduzione di alcune voci contributive,  ma sono comunque fondamentalmente DUE i punti che vengono contestati nella sostanza dalla FIOM: la possibilità da parte dell’azienda di poter  punire sul piano disciplinare fino al licenziamento il singolo lavoratore, qualora quest’ultimo, per qualsiasi motivo, non rispetti anche ad una sola delle clausole previste nell’accordo,  sapendo che nelle medesime clausole  viene inclusa fra le azioni perseguibili sul piano disciplinare anche l’eventuale assenza sul posto di lavoro conseguente alla  partecipazione del singolo lavoratore ad eventuali scioperi e manifestazioni.

Infine la clausola di responsabilità, che svincola l’azienda da obblighi contrattuali in caso di mancato rispetto degli impegni sottoscritti nell’intesa, che sempre secondo la Fiom,  danno alla Fiat una  “totale discrezionalità per valutare se una qualsiasi iniziativa –come appunto una semplice protesta o uno sciopero in piena regola– in contrasto con uno dei qualsiasi punti dell’accordo costituisce violazione dell’accordo stesso».

In sostanza, da un lato l’accordo proposto, ma in realtà imposto (pena la chiusura incondizionata dello stabilimento), di fatto introduce la sanzionabilità e la licenziabilità del lavoratore anche qualora decida di scioperare, nonostante questo sia un suo diritto sancito dall’art.40 della Costituzione e quindi NON PERSEGUIBILE, dall’altro si da comunque alla Fiat la possibilità di recedere e di svincolarsi da ogni impegno contrattuale a  sua quasi completa discrezione. E’ evidente che la presa di posizione della Fiom sia più che legittima, almeno tanto quanto sia vero nei fatti che un tale accordo sia palesemente incostituzionale prima ancora di essere illegittimo anche in riferimento allo Statuto dei Lavoratori, ormai perennemente sotto attacco dalla politica tanto quanto dagli interessi degli industriali.

Dipanati i nodi dell’accordo, non c’è in ogni caso da sorprendersi se di fronte cotanto assalto ai diritti dei lavoratori, proprio gli operai ed impiegati di Pomigliano abbiano espresso fino al 62% di preferenze per il SI: stiamo parlando complessivamente di circa 5000 dipendenti, con famiglie da mantenere, figli da mandare a scuola e mutui da pagare, costretti ad votare su un accordo sicuramente poco gradito con il ricatto (perché tale è stato) di vedersi chiudere l’intero stabilimento. E’ evidente che la Fiat, forte di questo e anche degli appoggi politici bipartisan e della gran parte dei sindacati, mirasse quindi ad un voto favorevole prossimo almeno all’80%, tale da poter imporre senza difficoltà lo stesso accordo anche in altri stabilimenti nell’immediato futuro, ma per fortuna un po di senso d’orgoglio, forse anche d’appartenenza, ha spinto martedì scorso almeno 36 operai su 100 a dire NO a questo scempio del diritto, riaprendo forse il tavolo della trattativa nel singolo caso di Pomigliano, ma allo stesso tempo salvando forse i diritti fondamentali dell’intera classe operaia nel resto d’Italia.

Già, perché quello del 22/06 non era un semplice referendum sul riordino interno di un grande impianto industriale, era qualcosa di più. L’accordo per la prima volta ridiscute il diritto allo sciopero e allo stesso tempo introduce la libertà di licenziamento a discrezione dell’azienda per salvaguardare la produttività, ovvero i due pilastri su cui poggiano tutti gli altri diritti: un lavoratore che può essere licenziato in tronco perché sciopera, è un lavoratore che non può protestare per chiedere il rispetto del suo stesso contratto. Al pari, un lavoratore che può essere licenziato senza giusta causa, è un lavoratore che avrà sempre paura di chiedere qualsiasi cosa, compreso quanto magari già gli spetterebbe di diritto.  L’assenteismo qui centra ben poco, mentre centra e molto il voler creare un pericoloso precedente, che poi possa essere imposto in tutte le altre realtà industriali italiane, per la gioia di Confindustria e di un Governo che tanto ha sponsorizzato, non a caso, questo vergognoso accordo.

Ora, preso atto di questo,  come è stato POSSIBILE arrivare a tanto? E in tutto questo, che fine hanno fatto i sindacati e i partiti di opposizione?? Ed infine, perché da più parti si è criticato lo staticismo del Popolo Viola su Pomigliano (che invece c’era e “urlava” ai CANCELLI sia prima che dopo la votazione, in difesa della Costituzione e quindi in ACCORDO con le posizioni della FIOM) e non la presa di posizione PRO FIAT di tutti gli altri sindacati (che son PAGATI per difendere i diritti degli operai, non quelli dei padroni) e di tutte le forze politiche parlamentari???

Forse si è arrivati a tutto questo perché ormai da quasi 20 anni la politica pensa solo a tutelare se stessa e sempre meno le esigenze del Paese.  Forse tra le forze politiche maggiormente responsabili di una tale situazione  ci sono proprio quelle che, anche per diretta derivazione storica, dovrebbero tutelare e rappresentare il mondo del lavoro, ma che invece si fanno pizzicare al telefono mentre si compiacciono di aver acquisito una banca. Forse tutto questo è anche conseguenza del fatto che a questo quadro politico va aggiunto un altrettanto desolante quadro sindacale, diviso e frammentato più che mai, esattamente come auspicava il gran Maestro della P2, Licio Gelli. Forse si preferisce puntare un dito critico sul Popolo Viola prima ancora che sulla politica e sui sindacati perché ormai siamo arrivati al paradosso che esso rappresenta l’unica vera tangibile OPPOSIZIONE a questo “regime bipartisan”, pur essendo un semplice movimento di idee e di comuni cittadini. Forse, in realtà, se si è arrivati ad un referendum incostituzionale sui diritti fondamentali dei lavoratori, è solo perché la battaglia, quella vera,  i partiti di opposizione e gli stessi sindacati, l’avevano già persa in partenza, molto tempo fa.

Ma questi alla fine sono solo dei “forse”  in risposta a semplici domande, a cui ciascuno può trovare la propria risposta di comodo. Resta solo un dato di fatto:  martedì a Pomigliano i veri vincitori morali sono state 1437 anonime persone, quelle che hanno avuto la forza ed il coraggio di votare NO. La vera sconfitta invece, ancora una volta, è l’Italia intera: la Repubblica (poco)Democratica , fondata (sempre meno) sul Lavoro.





IL GAY PRIDE A NAPOLI il 26 GIUGNO di Pierpaolo Russo (Popolo Viola Salerno)

24 06 2010

Il prossimo 26 giugno Napoli ospiterà il Gay Pride nazionale e l’appuntamento fissato è alle 14:00 a Piazza Cavour da lì si attraverserà l’intera città per arrivare a Piazza del Plebiscito.
La città partenopea è in pieno fermento e uno degli organizzatori della manifestazione, Carlo Cremona, ha assicurato che l’evento, sebbene connotato da quell’aria festosa che ogni pride presenta, non verrà ricordato per la sua presunta frivolezza ma sarà il punto di svolta per il movimento LGBT.
L’evento avrà come obiettivo primario quello di richiedere agli enti preposti una tutela dal punto di vista giuridico-legislativo e di rivendicare alla società civile la propria presenza e dignità.

Sarà forse l’occasione per ribaltare quello spirito di rassegnazione che lo scrittore, drammaturgo e regista napoletano Giuseppe Patroni Griffi descriveva così bene nei suoi romanzi, quel senso di rassegnazione che la comunità omosessuale e transessuale viveva due volte nella città partenopea, una prima volta da cittadino immerso nella strana e difficile vita quotidiana della città e la seconda volta come cittadino emarginato a causa del proprio orientamento sessuale.





L’URLO

24 06 2010

Il pittore norvegese, Edvard Munch (1863-1944), utilizza l’espressione caricaturale nel celebre L’Urlo (Skrik, 1893, National Gallery, Oslo, Norvegia) per rendere maggiormente partecipe lo spettatore all’angoscia che il quel momento il protagonista sta vivendo. E’ lo stesso Munch a raccontare che proprio mentre passeggiava con degli amici a Oslo, venne pervaso da un profondo senso di terrore.

Nell’opera, il corpo deforme prende le sembianze di un urlo muto ma al contempo violentissimo. La testa tra le mani, priva di dettagli, evidenzia gli occhi incavati e la bocca spalancata, rimandando all’ immagine del teschio. Tutte le linee sembrano voler convergere verso la testa urlante. Appare come se la stessa scena venisse coinvolta dall’emozione dell’urlo. E’ avvenuto qualcosa di terribile! Il cielo ha il colore del sangue, il mare sembra nero e oleoso. Il ponte in salita fa un chiaro riferimento ai mille ostacoli che gli uomini devono affrontare durante la loro vita. Tutto sembra vivere fisicamente l’urlo, l’angoscia. Tranne la strada dritta, ferma e su di essa in fondo a sinistra due figure umane, gli amici di Munch, che in quel momento sono indifferenti allo sgomento del protagonista, a simboleggiare in maniera nitida e cruenta la falsità dei rapporti umani.

Sembra che Much abbia riferito di essersi reso conto di quanto l’essere umano sia insignificante e completamente solo rispetto al grandioso ed imponente spettacolo della natura che lo circonda.

L’Urlo è forse il capolavoro di Munch più noto di una narrazione ciclica intitolata Il Fregio della vita (1893-1918), composta da diversi lavori suddivisi in quattro temi: Il risveglio dell’amore, L’Amore che fiorisce e passa, Paura di vivere (del quale fa parte L’Urlo) ed infine La Morte.

Il simbolismo di Munch in questa sua opera è maturo e il suo messaggio forte è percettibile a tutti gli spettatori che prima o poi nella vita hanno vissuto un momento di profonda angoscia.





VILLA REALE DI MONZA: AFFITTASI di IL POPOLO VIOL@ MONZA E BRIANZA

24 06 2010

Prendiamo la vicenda dalle origini. Nel 2004, attraverso un concorso internazionale, si delineò il progetto del raggruppamento Carbonara, che stimò in 106 milioni di Euro il costo complessivo del restauro della Villa Reale di Monza.  Il progetto è semplicemente sparito, lasciando spazio al silenzio fino al gennaio 2009.

In questa data assistiamo infatti alla nascita del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza. E’ stato approvato lo statuto dell’ente di natura consortile, e non imprenditoriale, di diritto pubblico al quale è affidato il compito di elaborare il piano strategico di sviluppo culturale e di valorizzazione delle aree.

Badate bene a ciò che è scritto: di diritto pubblico e non imprenditoriale.

Il Consorzio ha prodotto un bando (un primo di molti altri) che è fortemente discutibile per almeno due aspetti:

  1. Presenta un vizio di forma: il bando presenta una forma aleatoria, in quanto deve premettere come unica soluzione la ristrutturazione dei locali e non la ricostruzione. Le parole usate nel bando sono: “riqualificazione e recupero Villa Reale di Monza”, pertanto è aleatorio in quanto la parola “riqualificazione” significa letteralmente “rilanciare di nuovo”. Ciò, in paradosso, potrebbe addirittura significare la demolizione di parti della Villa e quindi la ricostruzione.
  1. Presenta un vizio di sostanza: la concessione pubblica verso la gestione privata è possibile solo con apporto di denaro pubblico qualora l’utilità del privato si riduca (Decreto legislativo 12/4/2006 n.163). Nel bando tuttavia è chiaro come i fondi siano per la stragrande maggioranza di origine pubblica e la gestione sia fissata al tetto massimo fissabile per legge al privato: trent’anni.

Diviene quindi evidente come il Consorzio di diritto pubblico intenda il diritto pubblico solo nel momento in cui il denaro serva per ristrutturare (o riqualificare, perché tanto per loro è la stessa cosa); mentre, nel momento in cui il denaro serve per gestire gli spazi, magicamente i ruoli si invertono. Abracadabra: canone fisso annuo di 30.000 euro, più lo 0,5% del fatturato. Al pubblico restano 36 giorni all’anno.

Ma attenzione: quanto denaro serve per la ristrutturazione, almeno nella prima tranche? Secondo i maghi della dialettica italiana residenti all’interno del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, circa 23 milioni di euro, di cui 19 di provenienza pubblica e 4 dal privato vincitore del bando. Sarà un’impressione, ma sembra tanto che la bilancia sia fortemente a vantaggio del privato.

Gli unici che pagano veramente in tutta questa storia (almeno allo stato attuale delle cose) e che non ne traggono nessun beneficio, o in ogni caso uno molto scarso, sono i cittadini italiani. Ma di tutto questo quanto sanno? Niente. Fino al 6 giugno nessun comunicato ufficiale in proposito: gli unici a conoscere i dettagli, o parte di essi, erano alcuni degli addetti ai lavori. A seguito del consiglio comunale straordinario del 7 giugno l’Amministratore Delegato di Infrastrutture Lombarde S.p.A., stazione appaltante, ha cominciato a far emergere i dettagli.

La questione è stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica da uno striscione appeso sui cancelli dell’entrata principale della Villa Reale:  <Affittasi per 30 anni prestigiosa villa d’epoca, già residenza Reale. Canone 30mila euro all’anno spese incluse. A privato. No Agenzie>; striscione che è stato prontamente rimosso.

Noi come Popolo Viola Monza e Brianza non intendiamo restare a guardare: sensibilizzeremo le persone quanto più ci sarà possibile, vigileremo sull’ “Affaire Villa” informandovi prontamente, ci proporremo come collante di tutte le realtà intenzionate a evitare quest’insulto nei confronti dei cittadini italiani e della memoria del Parco e della città di Monza.

Restate vicini: ne vedremo delle belle!





LA VITA E’ UN PASSAGGIO PREZIOSO

24 06 2010

Alcuni mesi fa ho conosciuto Alessandra su Facebook. Un incontro che mi ha cambiato la vita. La sua forza di volontà, il suo ottimismo, la sua solarità mi hanno fatto comprendere quante volte ci si lamenti per sciocchezze, mentre ci sono persone che hanno centinaia di difficoltà nei semplici gesti quotidiani e ciò nonostante, infondono speranza e voglia di vivere.

Alessandra Incoronato è una giovane donna romana disabile. Da anni lotta quotidianamente contro il menefreghismo della gente e dei politici. Ha vinto alcune battaglie, ma continua a non arrendersi per ottenere l’assistenza familiare ai disabili.

La sua malattia  ha un decorso degenerativo – progressivo che la costringe ad una sedia a rotelle. E’ una persona solare e combattiva, e si ritiene fortunata perché al suo fianco ha un marito che la ama e la sorregge, oltre ad una famiglia che l’ aiuta. Percepisce una pensione di 737,96 euro mensile.  Con questa deve pagare l’affitto di casa, la macchina, le medicine, e vivere.

Alessandra ha avuto la possibilità di visitare personalmente alcuni disabili abbandonati a sé stessi, tra vermi, ratti, scarafaggi ed escrementi. Questo ha scatenato in lei rabbia, compassione e continui incubi. Tanto da decidere di rendersi protagonista in prima persona di questa battaglia contro l’indifferenza dello Stato.  Ha vissuto sulla propria pelle un semi sciopero della fame per oltre un anno che le ha comportato un arresto cardiaco e un blocco intestinale oltre ad altri problemi fisici. Ha denunciato il Presidente della Repubblica Napolitano, il Ministro Tremonti e il Primo Ministro Silvio Berlusconi per mancato soccorso e omicidio colposo. All’occhio poco attento potrebbe sembrare troppo, ma se si pensa che in Italia attualmente esistono cittadini di serie B, che muoiono soli di inedia e stenti, potete veramente dire che sia troppo?  Alessandra afferma che c’è un quarto mondo nel nostro Paese. Un mondo di persone che non ha nulla se non la propria malattia, disabilità, con la quale dovrà conviverci fino alla morte. La vita, dice, è un passaggio prezioso. Non si può vivere in quel modo, e noi non possiamo girare lo sguardo e rimanere impassibili.

Lo Stato Italiano paga 2500 euro al mese per posto letto agli istituti per disabili. Istituti che troppo spesso non si prendono cura né fisicamente né umanamente delle persone che ospitano. La casa, l’amore di una famiglia possono far vivere una vita dignitosa al disabile. L’assistenza familiare tutelata e pagata dallo Stato significherebbe un aiuto effettivo al disabile e al familiare, che non potrebbe lavorare per seguirne le cure.

Furio Colombo, deputato PD e noto giornalista, scrittore, ha preso a cuore la causa di Alessandra. Ma non è sufficiente. Dobbiamo aiutare tutti, comprendere la situazione. Così la redazione de Il Tulipano ha contattato le principali pagine amiche e ha chiesto sostegno. Insieme a M.A.I, Il Popolo Viola, Informare per Resistere, e No Razzismo Day abbiamo creato una petizione per la quale, vi chiediamo di investire un minuto del vostro tempo per firmare e condividere.

Per firmare la petizione: www.firmiamo.it/a-favore-dell-assistenza-familiare-per-i-disabili

Per leggere la storia di Alessandra : La vita comunque di Alessandra Incoronato e Giovanna Caratelli , con la prefazione di Furio Colombo. Ed. Prospettiva Editrice