Mettiamo l’Italia al lavoro

16 11 2010

a cura di Antonio Cabitza

Ha suscitato un’eco mondiale il crollo della Domus dei Gladiatori a Pompei. In contemporanea assistiamo al crollo, con infamia e senza lode, della “Casa delle Libertà” che fa da pilastro al governo nazionale.

Una vergogna per l’Italia ha dichiarato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Una vergogna per tutti noi anche le performances porno-politiche del premier incaricato a tutelare il bene pubblico , off border, che hanno suscitato ilarità e ribrezzo in tutte le latitudini. D’altronde è un classico quello di abbandonarsi ai sollazzi quando s’intravede la fine imminente del proprio regno.

Gli ultimi giorni di Pompeo Silvio.

 

Questi segni tragici ci danno la misura della gravità dei problemi che abbiamo accumulato dopo decenni di incuria, sottovalutazione, tagli indiscriminati ed incompetenza, specialmente l’incompetenza.

Il degrado del nostro patrimonio largamente inteso,  va’ di pari passo con il declino morale ed il disfacimento dell’etica della classe dirigente. Che non solo posiziona nei posti di comando degli incapaci purchè fedeli al sovrano ma recita costantemente un mantra che ripete: siamo bravi e migliori degli altri. Fino al punto di auto-convincersi che non ci sia bisogno di alcun intervento in tutti i settori nevralgici e strategici per la nostra stessa esistenza e ragione d’essere.

 

La realtà è ben diversa. Il governo del “fare finta di niente” ha ridotto questo nostro paese allo sfascio. Se buttiamo il nostro sguardo dopo i beni archeologici, a musei, scuole, ospedali, strade, ponti, beni ambientali,  ciclo dei rifiuti, ricostruzioni di intere città devastate da terremoti o sommerse da alluvioni ricorrenti constatiamo che è tutto precario, pericolante, raffazzonato, provvisorio, incompleto, abbandonato, manomesso e devastato.

Più passa il tempo e più cade in desuetudine ciò che abbiamo costruito negli anni del boom economico e si sfarina quel lascito delle civiltà e dell’arte che hanno popolato la nostra penisola.

 

Ma quello che stupisce e lascia senza parole è constatare che abbiamo un esercito di disoccupati, il 30% dei giovani in cerca di un primo impiego, tantissimi precari e lavoratori a tempo parziale o cassaintegrati. Gli inattivi, insieme a pensionati e pre-pensionati, costituiscono oltre il 65% della popolazione.

Siamo un paese fermo, senza guida ed incapace di prendere decisioni. Forse veramente restiamo in attesa dei miracoli? Di una nuova separazione delle acque, nel  mare Mediterraneo? O dei supermen della protezione civile? O, piuttosto, siamo vittime di incantatori e furbastri che promettono la moltiplicazione dei pani e dei pesci da sempre senza riuscirci.

A fronte di bisogni immensi, di impellenti cure e restauri  grandiosi, di urgenti esigenze per l’ammodernamento delle infrastrutture, c’è un esercito di braccia e di cervelli senza forze ed idee, parcheggiato ed allo sbando.

Un popolo che non viene assolutamente interpellato ed incoraggiato a rispondere dei destini delle proprie famiglie e delle proprie comunità.

Si dirà, da destra o da sinistra, che non ci sono i soldi. Che abbiamo un debito pubblico enorme. Che tutti gli sforzi vengono  vanificati dalla burocrazia e che le risorse sono divorate da una malavita ed una politica criminale che controlla intere regioni.

E’ tutto vero. Ed è da qui che deve partire la rivoluzione italiana, il nostro New Deal. Dobbiamo buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Dobbiamo mettere l’Italia a Lavoro.

Per fare questo facciamo appello a tutte le nostre risorse creative e di laboriosità. Dobbiamo scovare i fondi che si nascondono nelle piaghe/pieghe del nostro decrepito sistema. Accogliere gli aiuti che provengono da popoli qui presenti e troppo a lungo discriminati che chiedono solo di formare le loro famiglie, di pregare il loro dio e di osservare le loro tradizioni.

Le risorse di cui disponiamo sono ingenti. Passano dai 120 miliardi di evasione fiscale  e dai 60 miliardi di euro che fattura il lavoro nero. Risorse rapinate agli onesti ed ai disoccupati, in regime di concorrenza sleale, in conflitto d’interessi. Sottratti ai precari e da quelli costretti alla cassa integrazione o al prepensionamento. Succhiati agli schiavi del lavoro nero e dai delusi per la ricerca vana di un impiego.

 

Ma se le misure di recupero delle tasse e dei contributi evasi tardassero ad arrivare non si può stare fermi in attesa di chissà quali eventi.

Per creare i milioni di posti di lavoro che servono, occorre chiamare a contribuire i benestanti in modo forte e determinato. Se loro stessi vogliono vivere in un paese moderno, efficiente e possibilmente con redditi dignitosi, non hanno altre strade davanti.

Dovrà essere lanciata una particolare sottoscrizione di un Buono della Rinascita Italiana che rimetta in sicurezza le finanze statali e offra il carburante alla ricostruzione del paese.

Senza più il fardello del debito ed il richiamo continuo della UE a contenere la spesa pubblica, potremo finalmente dare spazio ai progetti di innovazione e di risanamento del patrimonio artistico e archeologico.

Le risorse ambientali ed artistiche sono quelle che la natura e la storia ci hanno trasmesso  in modo cospicuo. Questo patrimonio, unico al mondo, deve costituire un’opportunità in grado di ripagare gli insuccessi e le disavventure di un frammentato e parcellizzato settore manifatturiero che specula e si orienta verso i paesi a basso costo.

L’unica “industria” che non può delocalizzare è Pompei, gli Uffizi, il Colosseo, i musei Vaticani, Venezia e tutte le altre città d’arte.

Sono il nostro oro, di un valore superiore al fatturato di Fiat ed Enel  messe insieme.

Questa sottoscrizione di fondi deve essere elargita generosamente e, possibilmente, a fondo perduto, dai ceti che si sono arricchiti illegalmente ma anche da tutti coloro che credono nel futuro del nostro paese e non si rassegnano al declino.

Siamo arrivati ormai ad un punto di non ritorno perché se non attiviamo in tempo uno sforzo collettivo, mettendo mano al portafoglio ed attingendo alle ricchezze occulte nazionali, uno sforzo straordinario che assomigli ad una Gara per la Vita del Nostro Paese, ne usciremmo disintegrati e schiacciati dalle nostre responsabilità.

Per un popolo che ha dato le fedi nuziali ai sogni di gloria effimera del fascismo, beh questa è una più nobile e più urgente causa. Altro che l’oro alla Patria e per le stragi coloniali. Sarà una necessaria scommessa per offrire una nuova opportunità all’Italia onesta.

Vorrei, pertanto, raccomandare caldamente i vari leaders che si offrono per cambiare le attuali anguste sorti  italiane, di basare su queste proposte i loro programmi.

Se i vari Bersani, Vendola e Fini oltre che Di Pietro ed i sindacati tutti, Confindustria, artigiani e commercianti non ragionano e si convincono di queste urgenze, ci penserà la storia a stabilire chi ha sbagliato e chi no. Chi doveva agire e non lo ha fatto.

 

Perciò: Mettiamo al lavoro l’Italia.

 

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