Sicari in grisaglia

7 12 2010

a cura di Antonio Cabitza

Non saranno i pranzi raffinati e luculliani con i dissidenti domenicali a salvare il Cameriere di Putin, Silvio Berlusconi, dall’onta della doppia sfiducia. Altri tormentati senatori e deputati si apprestano a sanzionare ed espellere dalla politica uno “stanco, inetto, incapace” (fonte della diplomazia americana) e, purtroppo, vergognoso presidente del consiglio dei ministri italiano.

Sono mesi che il governo vive in uno stato di permanente precarietà, nonostante l’attivismo, l’agitare delle acque, le promozionali manifestazioni sulle iniziative epocali e miracolose del premier.


Tutti in attesa della fatidica data del 14/12 quando si aprirà il dibattito sulla fiducia. Dopo appena 3 mesi  dalla conferma del Gabinetto, lo stesso viene sistematicamente posto in minoranza dai rovesci sulle proposte legislative spacciate per riforme. Giustizia, Rai, leggi di stabilità, Università. Un Vietnam, un percorso di guerra, un campo minato che potrebbe ripresentarsi da Natale in poi, qualora riuscisse l’operazione rabberciata e costosa di compravendita di onorevoli al prezzo di vitalizi iperbolici, tali da trasformare, come se sfregassero la lampada di Aladino, un Pionati o Massidda in novelli sceicchi di Avellino e di Cagliari. Località sicuramente deliziose direte voi, ma dove di certo non sprizza petrolio.

Governare è un mestiere difficile che richiede preparazione e capacità di mediazione. Ma se il dialogo  si rifiuta, si crede di bastare a se stessi, si divide il mondo in buoni e cattivi oppure in fedeli e traditori, beh non si può pretendere di saper affrontare le emergenze. Il declino economico non lo si contrasta sfiancando un paese con il degrado etico e morale e tirando ponti levatoi, arroccandosi e chiamare ripetutamente la retroguardia a proteggere le spalle del condottiero.

La difesa comincia a spazientirsi. I fedelissimi vedono le difficoltà del comando e ne hanno paura. Vedono i generali che tramano, alcuni inciampano nel fango degli scandali o disertano per frequentare bordelli e cosche d’affari criminali.

Quando putridi comportamenti sono parte della missione di governo e gli abusi, le clientele oscurano le verbosità meritocratiche, quando le promesse franano davanti a clamorose evidenze, quando ministri in prima linea rubano nella cambusa; a niente valgono i riti e le cene riparatrici per rinsaldare una devozione priva convinzione.

La retroguardia pensa ormai che la vittoria è una chimera, il sogno infranto. Allora le truppe cominciano a muoversi disordinatamente, non arrivano ordini precisi e perentori. Tutti pensano sia più opportuno conservare le posizioni che continuare ad avanzare.

La retroguardia leghista è formata da gente di bassa qualità che veniva sobillata con slogan identitari, egoismi fiscali, pulsioni razziste in cambio di suolo, quattrini, condoni, femmine e cariche.  “Padroni in casa nostra”. “Vogliamo i “nostri” soldi”. Con queste arroganze e discriminazioni hanno edificato i loro bastioni impenetrabili al resto della società. Hanno occupato le istituzioni amministrative, economiche e finanziarie e le tengono strette per sé ed i loro parenti e soci di partito.

Solo che la crisi, il dissesto idrogeologico del territorio, la fasulla sicurezza che maschera la penetrazione mafiosa, le mancate riduzioni fiscali e la accentuata farraginosità burocratica; tutto questo ha indebolito e posto seri dubbi sulla saldezza del comando e sulla efficacia dell’azione dei loro generali. Le loro menti si corrodono e vengono affollate da pensieri turbinosi di cappi, ghigliottine, forche, tradimenti e congiure. Quell’armamentario che viene utilizzato quando le illusioni svaniscono e subentra la legge primordiale del “si salvi chi può”. Già la storia della Lega Nord è costellata di episodi che hanno a che fare con complotti e tradimenti. Esibizioni di minacce secessioniste con blindati di cartone, adunate sediziose e manifesti  forcaioli contro i loro temporanei avversari: Craxi, il CAF e Berlusconi del 1994, prima alleato poi nemico giurato e dopo ancora ferreo alleato.

Dopo quegli avvenimenti hanno incrementato sempre il potere, facendo del loro provvisorio compagno di avventura un rottame, per alzare la posta futura, occupare posizioni scoperte oltre che conservare i beni acquisiti.

Ora  il gruppo originario delle camicie verdi, degli agitatori dello spadone di Alberto da Giussano, dei giochi celtici, miss padane ed elmi cornuti è diventato un corpaccione che si frastaglia in componenti industriali, ceto amministrativo e popolo sbandato.

In particolare le componenti industriali e gli assessori, presidenti, funzionari delle regioni e comuni, i consiglieri di amministrazione, sindaci ed i nominati a presenziare i comitati delle fondazioni bancarie, tutto questo ceto politico avverte che le mura del potere cominciano a franare ed il consenso venire meno. Annusa l’odore del sangue della bestia ferita e presto si scaglierà ad azzannare la polpa come una muta di cani all’attacco del cinghiale abbattuto e morente.

Il Cavaliere di Arcore resta convinto che quella fedeltà non verrà meno. Per cementare questi giuramenti si susseguono le cene conviviali e spartitorie, prima settimanali adesso sempre più frequenti. Ma più aumentano questi annunci sulla ritrovata alleanza più si avverte che sta stringendosi il cappio al collo del governo.

Saranno i rappresentanti di questa corrente boiarda che ora si è messa in grisaglia a determinare la fine del berlusconismo. La corrente leghista degli amministratori è preoccupata di tutelare le carriere future e vuole separare, stroncare le complicità verso gli scandali sessuali e giudiziari del capo del governo.

I Sicari saranno i presidenti di regione e sindaci di grossi comuni, i vari Cota, Zaia e Tosi con le loro cordate presenti in parlamento. Ora governano nel territorio e definiscono affari ed assetti di potere insieme alle gerarchie clericali e vertici militari partecipando a buffet ed inaugurazioni con il simbolo identitario nascosto. Un abito firmato e ben stirato dovrà mimetizzare il loro passato recente.

I sicari in grisaglia giocheranno a loro favore le mancate riduzioni fiscali oltre l’impoverimento del territorio. Addebiteranno al governo di Roma le difficoltà economiche delle aziende locali a reperire finanziamenti. Si lamenteranno dei fallimenti di tante imprese che vengono messe fuori mercato dalla concorrenza dei paesi emergenti. Staccheranno la spina e sfiduceranno Berlusconi poi, in doppiopetto,convivranno con la malavita calabrese e siciliana che dirotterà nuovi finanziamenti ai loro elettori attaccati alla canna del gas ed alle banche del nord, già sofferenti di titoli tossici e crediti verso stati sovrani a rischio default.

 

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