IL TULIPANO nr 1 edizione del 20 Maggio 2010

2 06 2010

Clicca per il PDF Il Tulipano numero 1





LE VELE DELLA SPERANZA di Paola Toti

24 05 2010

di Paola Toti
pubblicato nel numero 1 de Il Tulipano
Forse non dovrei scrivere questo post stasera. Forse dovrei rimandare e aspettare ma…penso a chi ha dato il nome “Le Vele” ad uno dei luoghi più abbandonati dallo Stato che io abbia mai visto. Doveva avere una fertile immaginazione chi diede quel nome a palazzi che sembrano usciti dalle immagini di un reporter in una Beirut bombardata. “Le Vele”…che fantasia! Evocano immagini di orizzonti sconfinati dove il mare è l’unica strada percorribile. Invece siamo a Scampia (Napoli). Chiamarlo quartiere sarebbe riduttivo. In realtà è una vera città nella città con la sola differenza che in quella parte di città non entrano nemmeno le forze dell’ordine se non quando si fanno grosse operazioni di polizia e quindi si entra con grande spiegamento di forze. Per il resto dei giorni è come una enclave nella quale qualunque entità estranea non si azzarda a mettere piede. Noi non solo ci siamo entrati in pieno giorno ma con un testimone di giustizia in macchina,soli,senza copertura. Come si sia potuta verificare una simile circostanza non starò qui a spiegarlo ma sta di fatto che se per 3 giorni abbiamo vissuto circondati dai carabinieri e scortati a sirene spiegate ogni volta che ci muovevamo,proprio nel momento di maggior bisogno,proprio nel momento in cui dovevamo entrare nella “terra di nessuno” ci siamo ritrovati soli. Nessuna colpa da parte delle forze dell’ordine. Solo una triste circostanza che ha voluto così. Un disguido,un ritardo e in pochi minuti ci siamo ritrovati catapultati nell’amara consapevolezza di essere altamente a rischio. Non è la prima volta che ci siamo trovati in simili circostanze ma…Scampia è un mondo a sè. Un mondo nel quale,in pochi istanti, puoi renderti conto della precarietà della vita. Strade larghe ma che contrastano col chiassoso brulicare di vita che solo qualche metro prima hai lasciato alle tue spalle. Giri l’angolo e sei dentro. Tra strade grandi e sparute persone. Una ogni tanto…le sentinelle! La cosa che colpisce di più è rendersi conto che ci sono occhi che ti guardano,seguono i tuoi movimenti. Chiedi informazione e ti accorgi che ti stanno indicando la strada sbagliata,quella che ti fa addentrare sempre più nella bocca del drago. Devi conoscerla quella realtà per renderti conto che dietro un’apparente,gentile, indicazione in realtà già il ragno ti sta tessendo addosso la tela per imprigionarti e non permetterti di uscirne più. Se non lo conosci quel mondo,fai la fine della mosca. Ed è la fine della mosca che avrebbero fatto le persone che erano in quella macchina. Tre “nordici” e la sottoscritta che nordica non è e che conosce bene i rischi dell’apparente tranquillità che precede la battaglia. Come in tutte le situazione drammatiche c’è sempre,improvviso,l’aspetto comico che,dopo,ti fa anche sorridere. ” Però a me non sembrava così terribile la situazione. Ho visto anche un negozio con le pareti tutte colorate di azzurro fuori. Sembrava quasi di essere a Santorini,in Grecia.” Solo un milanese avrebbe potuto con tanta ingenuità paragonare Scampia a Santorini. E allora abbiamo ribattezzato Scampia. Adesso la chiamiamo “la nostra Santorini” e ridiamo. Ora si! Ora che dalla tela del ragno ci siamo liberati appena in tempo ci si può anche scherzare ma io penso a chi resta a “Santorini”. Penso ai ragazzi che stanno lottando per la legalità in un luogo che già solo menzionarlo evoca il Far West. Penso a quei ragazzi coraggiosi che amo e che ho lasciato alle mie spalle andando via. Penso ai loro sorrisi e alla felicità di vederci lì,partecipi,anche se per poche ore,del loro mondo immenso e solitario. Penso al loro coraggio e alle loro speranze. Alla loro voglia di vita,di riscatto,di giustizia e allora immagino che “Santorini” esista veramente tra i quartieri di Napoli e che i loro sogni sappiano trasformare il mare di cemento e omertà in un oceano di Bene e di Speranza. Torneremo per aggiungere qualche goccia in più in quell’oceano. Torneremo perchè pensare che una goccia sia solo una goccia che si perde nel grande mare dell’indifferenza è sbagliato. L’ho capito dai sorrisi delle persone che a “Santorini” vivono e lottano. L’ho capito dalla loro felicità nel comprendere che non saranno più soli. Tante gocce e anche Scampia potrà rinascere. Torneremo per colorare di azzurro il futuro di quei bambini che hanno diritto di poter dire un giorno ” Io sono italiano e vivo in Italia” e non in una “terra di nessuno” abbandonata a se stessa dove il “ragno” può tessere impunemente la sua ragnatela e carpirti l’anima.Scampia è la vera trincea. Quella nella quale, chi non avrà il coraggio di entrare per portare una parola di speranza,dimostrerà nei fatti che l’antimafia di molti è fatta solo di parole. Chi non sentirà di spendere un pensiero,un gesto,una parola,per questi ragazzi che dire coraggiosi è dire poco,dimostrerà nei fatti che le vittime di mafia sono solo il cavallo da cavalcare per conquistare il proprio,piccolo,posto al sole. Chi non onorerà questi ragazzi che non fanno sfilate ma vivono,soli,in trincea dalla mattina alla sera e combattono per tutti,non sarà mai più degno della mia stima o considerazione. Avrà dimostrato nei fatti che è preferibile chi si fa pagare viaggi per recitare la sua parte sotto i riflettori,piuttosto chi combatte in solitudine e silenzio la sua battaglia quotidiana correndo grandissimi rischi. E’ a questi ragazzi che,sono certa,sarebbe andata l’attenzione, l’affetto e la vicinanza di persone come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Uomini abituati a comprendere l’essenza delle persone,il loro silenzioso lavoro e ad onorarlo.

Un ringraziamento particolare a Pino Masciari, testimone di giustizia e caro amico, primo ad aver avuto il coraggio di portare nella “bocca del drago” il suo messaggio di Legalità,Giustizia e Speranza.
Ai “dannati” dell’associazione (R)esistenza anticamorra il mio più sentito ringraziamento per essere testimoni viventi di un sogno impossibile che invece diventa possibile.




EQUAZIONI PERICOLOSE

24 05 2010

di Patrizia Penna

Pubblicato nel numero 1 de Il Tulipano

Da un paio di mesi a questa parte stanno acquistando spessore due equazioni pericolose: poliziotti = violenti e      preti = pedofili. Personalmente odio i ragionamenti per categorie e ritengo che fare di tutta l’erba un fascio sia stupido oltre che pericoloso. Tuttavia ciò che mi colpisce è la mancanza assoluta di condanna ferma e risoluta a questi due fenomeni da parte delle autorità competenti. La Chiesa ha prima occultato,poi negato e infine cercato di minimizzare lo scandalo pedofilia che la sta travolgendo con la violenza di uno tsunami. Lo stesso dicasi per le forze dell’ordine,chiamate in causa per i casi Aldovrandi ,Cucchi e in ultimo Stefano Gugliotta,picchiato dai celerini che l’hanno scambiato  per un ultrà della Roma(ironia della sorte Stefano è laziale).Sospetto si tratti solo della punta dell’iceberg, casi venuti alla luce grazie alla volontà ferrea e alla perseveranza dei parenti e grazie all’unica, vera arma di denuncia civile rimasta in Italia:internet. Nessuno vuole demonizzare le forze dell’ordine, che svolgono compiti preziosi di mantenimento dell’ordine sociale, ma bisogna che questi abusi di potere vadano denunciati e puniti con mano ferma, senza lasciare spazio alle derive violente dei singoli. Stesso discorso per i preti che naturalmente non sono tutti pedofili, ma chi all’interno sbaglia non deve sentirsi protetto dall’omertà ecclesiastica ma deve essere denunciato e punito per il danno enorme causato ai bambini e alle loro famiglie.  Anche il governo ha il dovere morale di dare risposte serie e precise,per impedire che il virus della paura nei confronti di chi porta una divisa o una tonaca si diffonda in maniera epidemica a tutti gli italiani. Sta già accadendo e quando il contagio sarà esteso a tutta la popolazione chi sarà in grado di gestire l’epidemia? Saremo in grado di trovare un’ antidoto alla paura?





Se questo è un uomo, o se questo uomo non ricorda

24 05 2010

di Jessica Molinari

pubblicato nel numero 1 de IL TULIPANO

Questa è la storia di una giovane donna che ogni giorno si scontra con una realtà difficile da accettare. Quanto successo a Adro, in provincia di Brescia, fa capire quanto le persone possano essere meschine. In un periodo come questo, dove un Paese benestante come l’Italia deve fare i conti con una soglia di povertà sempre più vicina, sono convinta che la gente non voglia ricordare. Non ricorda quel meraviglioso spirito d’unione che ha portato un popolo in ginocchio, dopo una cruente guerra,  a sollevarsi  e riuscire a ricostruire un Paese che tanto amiamo e per il quale ogni giorno dedichiamo il nostro senso civico per poter vivere in una sorta di democrazia. Quella democrazia tanto cara ai nostri nonni che hanno dato la loro vita per donarci il regalo più grande, più profondo e più intangibile, quello della libertà.

In questo periodo, sedici anni fa, si consumò un atroce genocidio in Rwanda. Molti hanno dimenticato, molti si sono da subito disinteressati agli accadimenti, altri semplicemente si sono sentiti impotenti di fronte ad un massacro che si consumava lontano dalla loro confortevole casa . Ma ieri, uscendo da una libreria, avevo sottobraccio il romanzo che tanto avevo desiderato di acquistare, e ho avuto la fortuna di incontrare e conoscere Simone. Un ragazzo senegalese che, come tutti i giorni, passava per le vie della città cercando di vendere alcuni libri. Simone mi mostrò la sua “merce”, poi mi disse che se non avessi potuto prendere un libro, magari avrei potuto fare una piccola offerta (lo chiamano il “caffè”). Gli chiesi da dove venisse, mi rispose che proveniva da Dakar (la capitale del Senegal, questo molti lo sanno, se non altro perché seguono la Parigi-Dakar dalle poltrone di casa). Gli chiesi che lavoro facesse e mi rispose che era un meccanico ma che adesso non trovava lavoro a causa della crisi. Parlava con un italiano impeccabile, degno di un italiano colto, difficile da trovare quotidianamente nelle tv italiane. Tra i tanti libri che aveva a disposizione, scelsi di acquistare il libro di Federica Cecchini, intitolato Dalle Colline. Le strade rosse del Rwanda. La Cecchini, Tita, è una psicologa che lavora per medici senza frontiere e che ha vissuto due anni in Rwanda per aiutare le donne sopravvissute al massacro. Potevo lasciare un’offerta a Simone, ma non me la sono sentita. Leggevo nei suoi occhi la dignità di molti immigrati che ho avuto il piacere di conoscere, e quindi ho pagato il prezzo del libro lasciando un piccolo extra tutto per lui. Non so quanto potesse rimanere di quella vendita a Simone, forse poco, ma non me la sentivo di fare la carità ad un giovane meccanico che vendeva libri. Una volta iniziato a leggere il libro mi accorsi immediatamente che non si trattava di un “romanzetto” di poco conto. E’ un libro meraviglioso, un documento che ci fa ricordare che non dobbiamo mai dimenticare. Non dobbiamo mai dimenticare, lo scrivo un’altra volta come un mantra. Le stesse parole che Primo Levi ha cercato in tutti i modi di insegnarci. Eppure, dopo la seconda guerra mondiale, dopo la Shoah, dopo tutto quello che abbiamo appreso, dopo tutto il dolore, è successo ancora, nell’Ex Jugoslavia, in Rwanda e potrebbe succedere nuovamente. Ma in Rwanda è differente. Un Paese popolato da 7 milioni di abitanti, di questi, 1 milione circa è stato ucciso, massacrato, senza pietà. Il tutto perché istigati da un odio incomprensibile per il proprio vicino di casa. Un popolo abbandonato ad un genocidio senza che le grandi potenze avessero mai parlato di Democrazia. I caschi blu lasciati a sé stessi. Un forte senso di impotenza, un’ inquietudine che ancora oggi non riesce a far dormire chi ha potuto viverlo di prima persona. Escludendo i giovanissimi, oggi in Rwanda ogni singola persona ha visto qualcuno che conosceva morire in quel genocidio. Oggi, ci sono migliaia di donne che hanno visto uccidere i loro figli, i loro mariti e che sono state contagiate dal virus dell’aids perché  stuprate brutalmente.  Ma come ogni anno, nessuno ricorda quanto accaduto in Rwanda, forse per vergogna (mi auguro) o forse perché completamente disinteressato. Invece dovremmo ricordare, dovremmo raccontarlo, perché non succeda più. Primo Levi voleva far nostra la sua esperienza di prigionia. Io non mi domando se un ebreo potesse essere considerato un uomo, io mi domando come noi possiamo pensare di essere uomini se dimentichiamo e non facciamo tesoro delle esperienze passate. Mi domando perché la situazione in Congo, in Darfur non sia aggiornata quotidianamente sui giornali. Mi domando perché la gente quando vede in tv i volti dei bimbi africani coperti dalle mosche e mal nutriti, giri canale per vedere le veline e non pensa che quel bimbo potrebbe essere suo figlio. Certo, non tutti possono aiutare economicamente, non tutti possono fare volontariato, ma tutti possono e devono indignarsi davanti alle grandi tragedie. Tutti devono indignarsi, se nel proprio paese, un mussulmano, un ebreo, un africano, un gay, una lesbica, un rom … viene trattato come una bestia dalle stesse persone che tanto si prodigano per fare pubblicità contro l’abbandono degli animali. Tutto ciò non vuol dire essere moralisti, non vuol dire non sapersi godere la vita e divertirsi, significa soltanto che dobbiamo riconoscere di essere dei privilegiati, di avere una grande fortuna, e che questa fortuna la dobbiamo condividere con chi non ce l’ha. Quindi se una persona dovesse mai permettersi di far sentire “inferiore” o diverso qualcun altro, e noi dovessimo essere presenti, non possiamo e non dobbiamo tacere. Dobbiamo sempre difendere chi si trova in una situazione di svantaggio. Dobbiamo sempre dare parola alle persone che ogni giorno hanno l’unico peccato di voler essere felici come noi.

www.italianblogsfordarfur.it per essere aggiornati sulla situazione in Darfur.

www.condition-critical.org/it per essere aggiornati sulla situazione in Congo.





Intervista a Francesco Carbone

24 05 2010

Intervista a Francesco Carbone che grazie alla rete è riuscito a far conoscere la sua storia

dalla nostra inviata Jessica Molinari

pubblicata nel numero 1 de IL TULIPANO

Francesco Carbone nasce nel 1975 a Palermo, per alcuni anni ha vissuto in Veneto con la sua famiglia e dal 2001 al 2008 ha lavorato presso un’azienda appaltante per Poste Italiane. Durante quel periodo non solo svolge funzioni di autista ma soprattutto dirige il cantiere a Verona. A seguito del cambio di dirigenti in Poste Italiane, gli autisti della ditta per la quale lavora Francesco ricevono continue sanzioni, spesso ingiustificate,  che vengono detratte direttamente dal loro stipendio (da 140 a 400 euro). Francesco riscontra sempre maggiori anomalie sui mezzi di trasporto, la sicurezza dei lavoratori, lavoratori in nero, straordinari sottopagati in nero e anche problemi a livello igienico sanitario. La ditta si giustifica affermando che essendo quasi giunto a termine il contratto con Poste Italiane, non avrebbe investito capitali fintanto che il contratto non fosse stato rinnovato.  Cerca svariate volte di rapportarsi con i dirigenti senza però ricevere aiuto, in seguito richiede un formale intervento anche da parte dei sindacati, Usl, Guardia di Finanza,  ma anche in questo caso i controlli effettuati risultano essere  poco approfonditi e quindi privi di concretezza. Nel 2008, dopo varie intimidazioni, è costretto a licenziarsi. Ora vive a Palermo con la sua famiglia, da due anni, è disoccupato e sta cercando ancora oggi di avere delle spiegazioni ed un risarcimento. Ha scritto a diversi Ministri non ottenendo risposta, e non si spiega per quale motivo i giornalisti non vogliano raccontare la sua storia documentata da video, fotografie e naturalmente dalla denuncia sporta presso la Procura della Repubblica, tribunale di Verona (2008).

– Francesco, per quale motivo la tua denuncia non ha trovato spazio nell’opinione pubblica?

Sicuramente perché il sistema informativo italiano non fa più informazione ma solo comunicazione.
Mi spiego meglio.
I giornali e le televisioni sono soggette a pressioni politiche in quanto finanziati dallo Stato e in quanto di proprietà di personaggi legati alla casta e nessun direttore si permetterebbe di pubblicare la mia vicenda che va a intaccare l’impunibilità della casta che gestisce gli appalti e le aziende para statali.
Io sono il signor nessuno e nessuno si metterebbe contro persone molto potenti per fare emergere la vicenda di un singolo cittadino sconosciuto.
Se fossi un personaggio conosciuto di destra o di sinistra allora qualche giornale di parte avrebbe pubblicato la vicenda ma solo per un fatto politico e non per fare emergere le vergogne che ci sono in Italia.

– Hai avuto più notizie dei tuoi ex-colleghi? La situazione è cambiata?

Fino a qualche tempo fa ero ancora in contatto con qualche autista e nulla e’ cambiato, anzi, i dirigenti si sentono di avere ancora più potere in quanto hanno usato la mia vicenda e il mio allontanamento e la loro impunibilità  giudiziale per indurre più soggezione e pensando a cos’ è stato fatto a me nessuno osa lamentarsi di niente. I lavoratori in nero ci sono stati anche dopo aver lasciato il lavoro e mentre le indagini in Procura erano ancora aperte. Comunque erano sicuri che nessuno sarebbe intervenuto.

– Tuo zio che lavora presso Poste Italiane ha avuto problemi dopo la tua denuncia?

Con mio zio non mi parlo più dal momento in cui sono venuto a conoscenza del fatto che sapeva ciò che si stava complottando alle mie spalle e non mi ha avvisato per tempo , anzi mi si e’ rivoltato contro facendomi passare per pazzo dai miei familiari e questo perché le mie lamentele contro Poste Italiane potevano far scattare nei suoi confronti (essendo mio zio) delle ripercussioni, in quanto godeva di favori all’interno della dirigenza come permessi e scambio di turni per fare un secondo lavoro.
Dopo le mie dimissioni e la mia denuncia non ha avuto alcun problema anzi, oltre a lavorare sia lui che la moglie per Poste Italiane e il figlio per la ditta appaltante dove io ero il responsabile, anche la figlia ha lavorato per un periodo a tempo determinato per poste italiane.

– Adesso, dopo tutto quello che hai passato, lo rifaresti?

Sicuramente lo rifarei, e con l’esperienza maturata e la conoscenza delle leggi che ho adesso,  le denunce sarebbero perfette e più dettagliate.
La mia dignità mi impone di denunciare i soprusi e di non farmi comprare da nessuno per andare a discapito degli altri specialmente se quest’ultimi sono indifesi lavoratori padri di famiglia.

– Cosa consiglieresti a quei lavoratori che si trovano in una situazione simile a quella da te denunciata nel 2008?

Domanda tosta…..
Il mio consiglio e’ di denunciare tutti i soprusi , minacce , vessazioni ecc…. però prima di fare denuncia bisogna avere le spalle coperte dato che siamo in Italia ed in Italia la parola di un cittadino, di un operaio, vale un decimo della parola di un industriale o di un funzionario pubblico.

Cosa significa avere le spalle coperte?

Significa procurarsi tutte le prove delle minacce e delle vessazioni attraverso video e registrazioni audio e con i nuovi telefonini , tutto ciò e’ facilissimo, e solo dopo aver tutte le prove per poter dimostrare quanto si stia subendo allora si può andare alle autorità a fare denuncia.
Le prove non servono per inserirle nelle denunce ma è necessario tenerle da parte ed esibirle solo se vi denunciano per calunnia e a questo punto invece di una denuncia , automaticamente se ne ricevono due.
Voglio precisare che in Italia per avere giustizia bisogna dimostrare di avere ragione e trovare chi ti dia ragione.

– La rete ha in qualche modo aiutato la diffusione della tua storia?

La rete e’ stata fondamentale per la diffusione della mia vicenda e il giorno in cui avrò giustizia posso dire a gran voce che gran parte del merito e’ di tutti gli amici di Facebook che hanno fatto i modo che la mia vicenda venisse diffusa il più possibile nella rete sia attraverso Facebook sia pubblicando la mia vicenda nei vari blog.
La rete se usata con criterio può dare tanto e a me è servita per studiare la mia causa e per diffonderla il più possibile , mai sarei riuscito con la stampa e la tv a divulgare la mia vicenda.

– Dopo tutto quello che hai passato, sei fiducioso per il futuro? Come pensi potrà concludersi questa tua storia?

Essendo ottimista ed essendo da solo a gestire la situazione senza qualche avvocato che mette i bastoni in mezzo alle ruote, sicuramente riuscirò ad avere giustizia, se non in Italia magari all’estero presso la Corte di Strasburgo per i diritti dell’uomo visto che la magistratura italiana fino a ora ha fatto di tutto per insabbiare la mia denuncia querela .
Sto aspettando l’esito di una mia richiesta al Consiglio Superiore della Magistratura .
A differenza del Presidente Berlusconi che fa di tutto per non avere un processo, io faccio di tutto affinché ci sia un processo che fino a ora mi e’ stato negato.
A tal proposito vorrei fare pubblicamente una domanda alla Magistratura e tutta la Politica Italiana alla quale ho già scritto.
Mi spiegate per quale motivo nessuno interviene per far riaprire le indagini alla mia denuncia auto archiviata volontariamente dai Procuratori Capo di Verona inserendola a mod 45 per non farla visionare al Gip?
Esigo una risposta sia io che le tante persone che vedono vanificate le proprie denunce contro il potere, in quanto inserite sistematicamente e fraudolentemente a mod 45 da Magistrati corrotti.

Per conoscere meglio la mia vicenda vi invito a visitare le mie tre pagine su Facebook e visitare i vari blog che hanno pubblicato la mia vicenda , cercando con Google “mi chiamo Carbone Francesco”

Profilo Facebook : http://www.facebook.com/profile.php?id=100000575866679
Gruppo “In nome del popolo italiano” :http://www.facebook.com/group.php?gid=287546343565&ref=mf

Pagina fan Carbone Francesco (il coraggio di denunciare) :http://www.facebook.com/pages/Francesco-Carbone-il-coraggio-di-denunciare/107453602609163?ref=mf

Per concludere, questa storia di Francesco dovrebbe farci riflettere. Francesco ha documentato tutta la sua vicenda, e non vediamo motivo per non dovergli credere. Qualora Poste Italiane volesse intervenire e farci conoscere il loro punto di vista, rimaniamo a disposizione.