Il Tulipano 17 giugno 2010

17 06 2010





LA VERA NECESSITA’ FA VIRTÙ – di Vincent Fosset

17 06 2010

Un uomo si reca alla Microsoft per un colloquio di lavoro, il capo del personale gli chiede il suo indirizzo di posta elettronica, perché nel caso di un assunzione, avrebbe inviato la documentazione cosi. L’uomo dice di non avere un computer, e quindi neanche un indirizzo di posta elettronica.
…Il capo del personale risponde che quella è la prassi, se non la si rispetta non è possibile sperare in un assunzione, soprattutto alla Microsoft.
Una volta uscito,preso dallo sconforto, l’uomo non sa che fare, deve trovare un modo per guadagnare qualche dollaro.
Nella strada del ritorno verso casa, vede un venditore di frutta in campagna, con i soli venti dollari che ha, compra della frutta, arrivato a casa la vende ai suoi vicini.
La sera nel letto riflettendo, si rende conto che da quella piccola vendita aveva ricavato due dollari di guadagno, decide cosi il giorno dopo di fare la stessa cosa, cosi tutti i giorni, investendo sempre una cifra maggiore, e con il passare del tempo riesce anche a comprare anche un piccolo furgone.
Dopo venti anni, l’uomo detiene una delle flotte per il trasporto della frutta più grande del paese.
Un giorno incontra il suo consulente finanziario, per fare il punto sul suo fondo di investimento pensione, il consulente gli dice che gli avrebbe inviato i dettagli per posta elettronica, l’uomo dice di essere un imprenditore alla vecchia maniera e quindi di non avere un computer, quelle diavolerie le lascia usare ai suoi dipendenti.
Sentita questa cosa il consulente, di dice :” pensi se avesse imparato da subito ad usare la tecnologia, dove sarebbe potuto arrivare, sarebbe stato ancora più ricco!!” l’uomo sentita questa cosa gli risponde:” se avessi avuto un computer non sarei stato altro che un dipendente Microsoft”.
Magari è una stupida storiella, la morale è facile da capire, ritengo che molti invece di piangersi sopra farebbero meglio a darsi da fare, la necessità dovrebbe sempre fare virtù e non il contrario.





Auto blu: vergogna italiana di Luigi Pianese

17 06 2010

Ventidue miliardi di euro. In cifre 22.000.000.000 di euro. In lire circa 44.000.000.000.000. E’ una montagna di soldi! Forse non tutti hanno dimestichezza con tale enorme somma di denaro, per cui  facciamo un paio di  esempi di che uso si potrebbe farne. Si potrebbe, ad esempio, diminuire la povertà dal nostro Paese: in Italia, nel 2008, le famiglie che si trovavano in condizioni di povertà relativa erano stimate in 2 milioni 737 mila (l’11,3% delle famiglie residenti);  a ciascuna potrebbe essere  assegnata una somma di 670 euro mensile per dodici mesi l’anno. Oppure si potrebbe istituire il reddito di cittadinanza, che esiste in Belgio, Francia, Inghilterra, Lussemburgo, Olanda, Austria, Norvegia, Francia, insomma in tutti i paesi dell’Unione Europea, tranne Grecia e Italia. In questi paesi lo Stato garantisce un reddito minimo a tutti per il solo fatto di essere cittadini, garantendo che nessuno muoia letteralmente di fame, contribuendo alle spese di affitto, di riscaldamento ecc. Probabilmente molti dei nostri politici storcerebbero il naso davanti a  provvedimenti del genere, ritenendoli eticamente sbagliati in quanto disincentivano la “voglia di lavorare” (si è sentita anche questa!).  Invece, evidentemente, è molto meglio destinare questa enorme montagna di soldi ad uno scopo molto più nobile, ovvero quello di far scorazzare i nostri politici e pubblici amministratori, grandi e piccoli  che siano, in lussuose auto super accessoriate  (le ultime fornite alla regione Abruzzo sono dotate anche di schermi al plasma), ovviamente con un autista, in qualche caso anche due. Ventidue miliardi di euro è, infatti,  la cifra (fonte TG1, evidentemente in un momento in cui si sono ricordati di essere giornalisti) che ogni anno si spende per le oltre 600 mila e più auto blu che circolano nel Bel Paese, appena 2 miliardi  in meno della manovra che il governo sta varando.  Non esiste alcun censimento ufficiale di tali vetture e nemmeno esiste un regolamento che ne disciplini l’uso. Si sa solo che, contrariamente ai decantati tagli agli sprechi, il loro numero continua ad aumentare in modo vergognoso: nel 2007 erano 574.000, nel 2008 erano  607.918 e ora il loro numero è 626.760. Tale numero corrisponde a metà delle auto che circolano a Milano e a un numero di mezzi che potrebbero coprire  l’intera autostrada  Roma-Milano. Il numero delle auto blu è del tutto spropositato in confronto di quelle degli altri paesi. Gli Stati Uniti, paese molto più grande del nostro, con cinquanta stati federati, una popolazione cinque volte quella italiana, ne possiede solo 74 mila. Superiamo di gran lunga anche i paese europei a noi simili:  in Francia se ne contano 63 mila, nel Regno Unito 56 mila ed in Germania 55.000 mila. E così, mentre l’uscente primo ministro inglese usava la metropolitana per i suoi spostamenti nella city londinese, quello in carica va a piedi e quello danese usa la bici, da noi vanno in auto blu (ma anche grigie e nere) non solo ministri e sottosegretari ma anche gli amministratori delle Regioni, delle Province, dei Comuni,  delle Comunità Montane, degli Enti pubblici (economici e non) e delle società miste. Solo  lo scorso 10 maggio il ministro Brunetta ha, finalmente, avviato un monitoraggio sulle auto blu. Il ministro per la Pubblica Amministrazione, ha firmato una “direttiva sull’utilizzo delle autovetture in dotazione delle pubbliche amministrazioni”. La direttiva punta ad iniziare un percorso “virtuoso” per conseguire risparmi di spesa non più attraverso semplici tagli “orizzontali”, bensì per mezzo della razionalizzazione dell’uso delle autovetture e l’adozione di strumenti innovativi di gestione”. Peccato che il Ministro antisprechi abbia riservato, per il proprio staff, ben sette auto di cui una usata dalla sua segretaria; peccato, inoltre, che  la sua direttiva arrivi troppo tardi e che le risorse che si potevano trovare tagliando le auto blu sono state ricavate massacrando la scuola. “Penso – ha commentato il ministro – che nell’arco di un mese avremo un primo quadro di censimento sulle auto blu e quando ci sarà il censimento si potrà provvedere alla razionalizzazione e ottimizzazione. Alcune ipotesi – ha continuato Brunetta fanno già pensare a una possibilità di risparmio fino al 50% di quanto si spende ora senza minimamente toccare il servizio, senza tagliare brutalmente ciò che non serve, ma semplicemente ottimizzando”. Siamo alle solite: quando i tagli potrebbero e dovrebbero  essere fatti efficacemente, si parla di “ottimizzazione”, se essi toccano la casta. Infatti il Ministro fa intendere che il risparmio andrebbe fatto ottimizzando l’uso senza “minimamente toccare il servizio“,  ovvero senza tagliare le auto e i relativi autisti. Non si vede come, in questo modo,  si possa risparmiare il 50% ipotizzato. Mettendoci  al pari con il resto dell’Europa, cioè  apportando un salutare taglio del 90% al numero delle auto, si avrebbe una riduzione di  costo che  potrebbe arrivare a sfiorare i 20 miliardi di euro, mentre le spese per gli spostamenti degli “onorevoli” potrebbero essere rimborsate  “a piè di lista” (nei casi e nei modi previsti dalla normativa per i dirigenti della pubblica amministrazione). Non si capisce, infatti, per quale motivo non si possa usare, nella maggior parte dei casi, il  mezzo proprio o pubblico, come fanno tutti gli altri lavoratori.





VEGLIA FUNEBRE RUMOROSA Torino 12/06/2010 di Patrizia Penna

17 06 2010

Non sono molte le manifestazioni a cui riesco a partecipare, ma a questa non volevo mancare. Volevo sapere, volevo capire, volevo vedere. Siamo partiti alle 22 da piazza Castello con bandiere,fischietti, sirene,pentole e coperchi. Abbiamo sfilato in un corteo rumoroso e allegro per via Po, ci siamo fermati sotto la sede della Rai per manifestare il nostro dissenso verso un servizio che non è più pubblico ma privato (e allora che Berlusconi paghi di tasca sua i dipendenti rai, senza chiedere a noi il canone). Siamo arrivati in piazza Vittorio,stracolma di gente seduta ai tavolini a bere, alla faccia della crisi. Ho visto parcheggiate più Porsche che a Montecarlo(del resto dove abito, città di operai,ho visto parcheggiata l’Alfa Romeo 8 C cabrio, auto fuori listino che costa quanto una villa e si acquista solo su ordinazione), ho osservato le facce di quanti incrociavano il nostro corteo rumoroso e canterino. E quello che ho visto non mi è piaciuto. Qualcuno ci ha applauditi, qualcuno troppo fumato ci ha contestati, ma nessuno si è unito a noi. I tanti ragazzi che ho visto sembravano addirittura non sapere di cosa parlassimo, forse ignorano che il nostro Paese ha una Costituzione su cui il Presidente del Consiglio e i suoi ministri leghisti hanno giurato, salvo poi considerarla carta straccia. E quando abbiamo iniziato a cantare “Bella ciao” un gruppo di ragazzi ha detto: eccoli qui i comunisti. Potevamo essere definiti in molti modi ma sicuramente non comunisti. C’era il ragazzo che si è unito da poco al gruppo di Torino con l’entusiasmo dei suoi vent’anni, c’era la maestra elementare inferocita per la distruzione sistematica della scuola, c’era il disabile arrabbiato per i tagli agli invalidi,c’erano famiglie e tante persone dell’età dei miei genitori. Può un gruppo cosi eterogeneo essere definito comunista perché canta una canzone partigiana? Ed è giusto che oggi come allora siano in pochi a combattere per la libertà di tutti?





ERA MEGLIO MORIRE DA PICCOLI di Patrizia Penna

17 06 2010

Hitler aveva pianificato l’eliminazione di tutti i disabili. Terribile, feroce, ma coerente con i principi espressi dalla sua politica. Non si è mai professato filantropo, non ha mai difeso la famiglia, non ha mai amato la cultura. Noi invece siamo peggiori e  scopriamo che nella civile Italia del 2010, nel progredito Veneto, l’assessore alla Sanità Luca Coletto ha stabilito con la delibera 851 del 31 marzo 2009 che le linee guida della Regione Veneto indicano il ritardo mentale come una controindicazione al trapianto e di fatto escludono pazienti con disabilità intellettiva da questa procedura salvavita, in barba a ben due articoli della Costituzione(sempre lei!!), l’art. 32,che tutela la salute come diritto fondamentale di ogni cittadino, e l’art. 3 ,che sancisce l’uguaglianza e la pari dignità sociale di tutti i cittadini. Quanti di voi ne erano a conoscenza?Quanti di voi sapevano che il suddetto assessore ha avuto il coraggio di dire che studi scientifici internazionali affermano che i pazienti con QI inferiore a 70 presentano controindicazioni a subire trapianti? Forse Coletto dovrebbe molto più semplicemente ammettere ciò che è chiaro per chiunque legga una notizia simile: i disabili sono inutili e come tali non vanno messi in lista d’attesa per un trapianto come tutti gli altri, ma vanno messi in fondo alla lista o addirittura esclusi. Di cosa ci stupiamo? La finanziaria di Tremonti ha innalzato la percentuale di invalidità per accedere alla pensione(256 euro al mese) dal 74% all’85%, di fatto lasciando senza un reddito seppur ridicolo 38.000 down italiani. Della serie se non muoiono per malattia li facciamo morire di fame. Persino gli spartani erano più umani: si limitavano a gettarli appena nati dalla rupe Tarpea. Di certo non li umiliavano quotidianamente privandoli di ogni diritto. Era meglio morire da piccoli.

Link di riferimento

http://www.italia-news.it/index.php?idcnt=37808&lang=it





VORREI SAPERE LA VERITA’

17 06 2010

Vito Daniele stava solo tornando a casa dalla sua famiglia. Era il 9 maggio 2008. Il giorno della festa della mamma. Nel bagaglio della macchina un sacco con la biancheria sporca, le foto dei suoi bambini e un servizio da caffè da regalare all’amore della sua vita, Mariella.

Vito lavorava da quindici anni per la stessa azienda, un centro meccanografico, e aveva un ottimo rapporto con il proprio datore di lavoro. Da qualche tempo fu costretto a fare il pendolare da Bari a Roma durante la settimana. Partiva il lunedì, alle 4 del mattino e ritornava il venerdì. Ogni giorno chiamava la moglie, per condividere con lei i gesti quotidiani di un pasto, un saluto, accertarsi che tutto andasse bene in famiglia. Vito contava i giorni, il mercoledì sapeva di essere a metà settimana e che quindi presto avrebbe riabbracciato i suoi figli e Mariella.  Non ce la faceva più a rimanere lontano da casa. E così la famiglia a settembre si sarebbe dovuta trasferire a Roma.

Ma quel giorno, il 9 maggio, mentre la figlia Mina era in gita scolastica e la moglie lo stava aspettando a Bari, Vito sorpassa una macchina della Guardia di Finanza sulla A16 Napoli – Canosa. Alla guida il tenente R.R. all’epoca ventiquattrenne, uscito dall’accademia da 10 mesi. Secondo il tenente, Vito avrebbe superato il limite di velocità (elemento ancora oggi da accertare). Il tenente, da solo, in borghese, avrebbe estratto la paletta e avrebbe intimato Vito ad accostare. A 7 km dal casello di Benevento, dopo una galleria e una curva, su uno spazio di 2 metri e 20. Per motivi sconosciuti, Vito scende dalla sua Fiat Marea e viene investito da un tir che transitava in quel momento. Vito muore. Il tenente sposta la vettura di Vito, afferma per proteggere il corpo. Ma per quale motivo il tenente ha fermato Vito? E’ compito della Polizia Stradale effettuare controlli in autostrada e tali controlli vengono sempre effettuati al casello o presso un’area di ristoro. Certamente non si ferma un mezzo in quel modo. Il tenente avrebbe dovuto contattare chi di dovere e scortare Vito al vicino casello. Poi, per quale motivo ha spostato la vettura dopo l’incidente? Anche l’automobilista più ingenuo sa che non deve spostare i mezzi dopo un incidente, figurarsi un tenente della Guardia di Finanza. Eppure Vito viene fermato su 2 metri e 20, scende dalla macchina e viene investito verso le ore 14. Alle 15,45 viene lanciata un’ Ansa con il comunicato stampa della Gdf, si parla di un incidente con un decesso. Si indicano le iniziali V.D. ma Mariella deve ancora essere informata.

Alle 16 circa i vigili si presentano a casa Daniele, soli, senza uno psicologo, senza un assistente sociale e comunicano a Mariella dell’incidente di Vito. I due figli minori, Leonardo e Annarita assistono alla scena. La figlia Mina arriva a Bari con l’autobus della gita, i genitori non sono presenti, non sono andati a prenderla. Non potevano. Mariella è sotto shock, Vito non c’è più. La moglie non può credere a quanto avvenuto, è inverosimile. Suo marito non avrebbe mai rischiato la vita scendendo dalla sua macchina così imprudentemente.

Mariella si precipita a Benevento, vuole vedere suo marito. Ma è ormai tardi ed è quindi costretta ad aspettare la mattina per poterlo vedere. Passa la notte nel parcheggio senza ricevere nessun tipo di sostegno. A Vito viene fatto solo un esame esterno, nessuna autopsia. Mariella decide di voler chiedere chiarimenti, ma si scontra con un muro di gomma. La Procura di Benevento denuncia il tenente e il camionista per concorso in omicidio colposo. Mariella cambia tre avvocati. L’assicurazione del camionista le propone un accordo. Non accetta. Sa che se accettasse, sarebbe difficile scoprire quanto successo a Vito e lei vuole sapere la verità.

Mariella si batte tutti i giorni, e il tenente R.R. viene trasferito a L’Aquila con incarico non operativo. Dopo il tremendo terremoto in Abruzzo, Mariella legge un’intervista di un giornale siciliano al tenente R.R. che lo ritrae come un eroe. Immediatamente contatta il giornalista e spiega quanto successo. Dopo poche ore l’articolo sparisce dalla rete.

Mariella contatta le maggiori testate giornalistiche, il Corriere della Sera risponde ad una donna in lacrime che la sua storia non è interessante. Tutti i Tg, tra i quali Studio Aperto (il primo della sua lista), non si interessano. Contatta persino Barbara D’Urso, ma nulla. Fanno un breve servizio sul TgR, un’intervista su Sky Tg24 e un intervento a Mi Manda Rai 3. Stranamente non si trova nessun testimone. Solo i familiari di Vito, come persone informate dei fatti. Scrive anche al Presidente Napolitano e nonostante una risposta iniziale poco confortante, Mariella scopre in seguito nel fascicolo di Vito diversi interventi del Presidente direttamente con il Comando per andare a fondo della storia.

Il tenente R.R. inizia ad innervosirsi e fa sapere a Mariella che se continua a parlare dell’ incidente su Facebook, sarebbe stata passibile di querela. Durante un’udienza lo stesso tenente si prende la briga di vestirsi nello stesso modo in cui era vestito il giorno dell’incidente. Forse voleva suscitare una reazione plateale di Mariella. Inutile dire che il suo intento venne soddisfatto. Si voleva far passare la vedova come una persona instabile, nevrotica. Ma Mariella vuole solo sapere la verità e fintanto che non la saprà continuerà a battersi.

Vito aveva 38 anni. Amava Mariella da sempre. Il suo unico grande amore. Aveva tre meravigliosi figli : Mina, Leonardo e Annarita. Una grande passione per il Milan. Per avere la maglia di Franco Baresi ha partecipato ad un’asta spendendo 500 mila lire. Ma per lui era importante, non gli sarebbe più capitata un’occasione così speciale. Era un uomo semplice, buono. Un uomo come tanti, ma unico!

Mariella non può mollare, sebbene stanca fisicamente, moralmente. Continua a difendere il diritto più importante, quello di sapere cosa sia successo a suo marito. E mentre lotta, cerca di avverare tutti i desideri di Vito. Così compera il frigo americano che lui voleva tanto e porta i figli al campeggio che Vito aveva scelto per le loro vacanze. E ogni giorno vive la sua vita insieme a Vito, e ai suoi figli. Perché Vito non li ha mai abbandonati.





NON BASTA UNA PILLOLA BLU

17 06 2010

Dicono che le donne vivano più a lungo degli uomini. Io sono un vedovo. Ho perso Anna 2 anni, 3 mesi e 5 giorni fa. Era una meravigliosa giornata primaverile, ma per me è iniziato l’inverno. Il mio medico dice che mi devo tirar su, mi invita a cercare compagnia e mi ha ricordato che anche il sesso non è più un problema neppure per me che ho 77 anni, basta una pillola blu, così mi ha detto.

Quando diventi vecchio, ti svegli presto la mattina. Da giovane avevo problemi a svegliarmi alle 7, adesso alle 6 sono un grillo. Mi faccio una doccia, mi pettino con attenzione, e mi vesto. Controllo le mie mani, le unghie devono essere sempre pulite, è così che si distingue un uomo. Come sono cambiate le mie mani! Un tempo ci lavoravo ed erano forti. Adesso sembrano fatte di pergamena e faccio fatica ad aprire la bottiglia d’acqua, tanto che ora bevo l’acqua del rubinetto.

Vado tutti i giorni a prendere un caffè al bar così posso leggere il giornale e scambiare due parole con Giovanna, la barista. Potrebbe essere mia nipote. Mi fermo a prendere 2 michette per me e una svizzera per il mio gatto. E’ diventato vecchio pure lui, e non mangia più le scatolette. Mi fa compagnia. Ormai ho solo lui. Anna ed io non abbiamo avuto figli. E adesso sto invecchiando da solo. I miei fratelli abitano lontano e ci vediamo sempre più di rado. Ho una pensione che mi permette di vivere alla giornata. Non ho grandi necessità, ma vorrei fare quella gita al Lago di Garda con il gruppo anziani. Se riesco a mettere via qualcosa ogni mese, potrò andarci.

E’ strana la vita, al bar sento dire ai giovani che ci stanno pagando la pensione. Ma non credo sia proprio così. Io ho lavorato 40 anni, e ogni mese mi trattenevano dalla busta paga i contributi per la mia pensione. Non credo io debba ringraziare i giovani se ora prendo 700 euro al mese. Insomma è merito mio, no?

Ai miei tempi c’era più rispetto per le persone anziane. Ora sembriamo un peso. Io sono solo, la mia famiglia sono io, ma ho il mio amico Pietro. Lui ha 79 anni, è più anziano di me, ha 4 figli e non lo va a trovare nessuno. Ad agosto poi, quando i negozi vicino a casa sono chiusi devo andare io a fargli la spesa, perché non guida più e i parenti vanno al mare. Pietro dice che lo invitano sempre, è lui a non volerci andare. Io non ci credo. Abbandonano il padre a sé stesso. Così l’ho convinto a prendere un cane. Ora ha Biscotto, un simpatico meticcio. Siamo andati insieme al canile a prenderlo. Almeno ogni giorno è costretto a fare due passi e può ricevere un po’ di affetto.

E’ quello che mi manca, l’affetto. Il calore umano. Una parola detta con il cuore. Non mi interessano i soldi, ho avuto una vita dignitosa, e con quello che ho ci campo. Ma vorrei solo qualcuno con cui parlare del più e del meno, qualcuno che mi dia un po’ di gioia e non mi parli delle analisi del sangue come fanno tutti i miei amici anziani. Eppure quando parlano con me, hanno il timore di chiedermi come io stia, mi parlano del tempo, come se non potessi vedere da me se piove o c’è il sole.

No, non mi serve una pillola blu, vorrei solo un abbraccio.