ll Tulipano 24 giugno 2010

24 06 2010





L’orgoglio di Pomigliano di Valerio Barnaba

24 06 2010

Alla fine Pomigliano ha parlato: 62% a favore dell’accordo, 2% di astenuti o nulli e circa 36% di contrari. Il plebiscito non c’è stato, la Fiom rafforza la sua ferma opposizione al piano suggerito (ma meglio sarebbe dire IMPOSTO) da Marchionne, mentre la Fiat, stizzita, annuncia  che “l’azienda lavorerà (solo) con le parti che si sono assunte la responsabilità dell’accordo al fine di individuare ed attuare insieme le condizioni di governabilità necessarie per la realizzazione di progetti futuri”, qundi in teoria escludendo dai tavoli delle future trattative la Fiom stessa.

Era in ogni caso dura la scelta che hanno dovuto fare i lavoratori di Pomigliano.  Non solo per le sorti del loro stesso stabilimento e del loro posto di lavoro, ma indirettamente anche per quello che questo accordo, tristemente unico nel suo genere, determina in tutto il mondo del lavoro del nostro Paese.

Per capirne meglio le conseguenze,  sul piano sociale prima ancora che su quello politico, è fondamentale spiegare quelli che sono i passaggi più controversi  di questa “intesa”  raggiunta il 15 giugno fra Fiat e Fim, Uilm, Fismic e Ugl (cioè tutte le maggiori sigle sindacali del settore, escludendo ovviamente la Fiom). L’accordo prevede sacrifici su una serie di aspetti, dagli orari di lavoro ai nuovi turni, dagli straordinari alla CIG per i 2 anni di riavviamento dell’impianto, passando ovviamente per una riduzione di alcune voci contributive,  ma sono comunque fondamentalmente DUE i punti che vengono contestati nella sostanza dalla FIOM: la possibilità da parte dell’azienda di poter  punire sul piano disciplinare fino al licenziamento il singolo lavoratore, qualora quest’ultimo, per qualsiasi motivo, non rispetti anche ad una sola delle clausole previste nell’accordo,  sapendo che nelle medesime clausole  viene inclusa fra le azioni perseguibili sul piano disciplinare anche l’eventuale assenza sul posto di lavoro conseguente alla  partecipazione del singolo lavoratore ad eventuali scioperi e manifestazioni.

Infine la clausola di responsabilità, che svincola l’azienda da obblighi contrattuali in caso di mancato rispetto degli impegni sottoscritti nell’intesa, che sempre secondo la Fiom,  danno alla Fiat una  “totale discrezionalità per valutare se una qualsiasi iniziativa –come appunto una semplice protesta o uno sciopero in piena regola– in contrasto con uno dei qualsiasi punti dell’accordo costituisce violazione dell’accordo stesso».

In sostanza, da un lato l’accordo proposto, ma in realtà imposto (pena la chiusura incondizionata dello stabilimento), di fatto introduce la sanzionabilità e la licenziabilità del lavoratore anche qualora decida di scioperare, nonostante questo sia un suo diritto sancito dall’art.40 della Costituzione e quindi NON PERSEGUIBILE, dall’altro si da comunque alla Fiat la possibilità di recedere e di svincolarsi da ogni impegno contrattuale a  sua quasi completa discrezione. E’ evidente che la presa di posizione della Fiom sia più che legittima, almeno tanto quanto sia vero nei fatti che un tale accordo sia palesemente incostituzionale prima ancora di essere illegittimo anche in riferimento allo Statuto dei Lavoratori, ormai perennemente sotto attacco dalla politica tanto quanto dagli interessi degli industriali.

Dipanati i nodi dell’accordo, non c’è in ogni caso da sorprendersi se di fronte cotanto assalto ai diritti dei lavoratori, proprio gli operai ed impiegati di Pomigliano abbiano espresso fino al 62% di preferenze per il SI: stiamo parlando complessivamente di circa 5000 dipendenti, con famiglie da mantenere, figli da mandare a scuola e mutui da pagare, costretti ad votare su un accordo sicuramente poco gradito con il ricatto (perché tale è stato) di vedersi chiudere l’intero stabilimento. E’ evidente che la Fiat, forte di questo e anche degli appoggi politici bipartisan e della gran parte dei sindacati, mirasse quindi ad un voto favorevole prossimo almeno all’80%, tale da poter imporre senza difficoltà lo stesso accordo anche in altri stabilimenti nell’immediato futuro, ma per fortuna un po di senso d’orgoglio, forse anche d’appartenenza, ha spinto martedì scorso almeno 36 operai su 100 a dire NO a questo scempio del diritto, riaprendo forse il tavolo della trattativa nel singolo caso di Pomigliano, ma allo stesso tempo salvando forse i diritti fondamentali dell’intera classe operaia nel resto d’Italia.

Già, perché quello del 22/06 non era un semplice referendum sul riordino interno di un grande impianto industriale, era qualcosa di più. L’accordo per la prima volta ridiscute il diritto allo sciopero e allo stesso tempo introduce la libertà di licenziamento a discrezione dell’azienda per salvaguardare la produttività, ovvero i due pilastri su cui poggiano tutti gli altri diritti: un lavoratore che può essere licenziato in tronco perché sciopera, è un lavoratore che non può protestare per chiedere il rispetto del suo stesso contratto. Al pari, un lavoratore che può essere licenziato senza giusta causa, è un lavoratore che avrà sempre paura di chiedere qualsiasi cosa, compreso quanto magari già gli spetterebbe di diritto.  L’assenteismo qui centra ben poco, mentre centra e molto il voler creare un pericoloso precedente, che poi possa essere imposto in tutte le altre realtà industriali italiane, per la gioia di Confindustria e di un Governo che tanto ha sponsorizzato, non a caso, questo vergognoso accordo.

Ora, preso atto di questo,  come è stato POSSIBILE arrivare a tanto? E in tutto questo, che fine hanno fatto i sindacati e i partiti di opposizione?? Ed infine, perché da più parti si è criticato lo staticismo del Popolo Viola su Pomigliano (che invece c’era e “urlava” ai CANCELLI sia prima che dopo la votazione, in difesa della Costituzione e quindi in ACCORDO con le posizioni della FIOM) e non la presa di posizione PRO FIAT di tutti gli altri sindacati (che son PAGATI per difendere i diritti degli operai, non quelli dei padroni) e di tutte le forze politiche parlamentari???

Forse si è arrivati a tutto questo perché ormai da quasi 20 anni la politica pensa solo a tutelare se stessa e sempre meno le esigenze del Paese.  Forse tra le forze politiche maggiormente responsabili di una tale situazione  ci sono proprio quelle che, anche per diretta derivazione storica, dovrebbero tutelare e rappresentare il mondo del lavoro, ma che invece si fanno pizzicare al telefono mentre si compiacciono di aver acquisito una banca. Forse tutto questo è anche conseguenza del fatto che a questo quadro politico va aggiunto un altrettanto desolante quadro sindacale, diviso e frammentato più che mai, esattamente come auspicava il gran Maestro della P2, Licio Gelli. Forse si preferisce puntare un dito critico sul Popolo Viola prima ancora che sulla politica e sui sindacati perché ormai siamo arrivati al paradosso che esso rappresenta l’unica vera tangibile OPPOSIZIONE a questo “regime bipartisan”, pur essendo un semplice movimento di idee e di comuni cittadini. Forse, in realtà, se si è arrivati ad un referendum incostituzionale sui diritti fondamentali dei lavoratori, è solo perché la battaglia, quella vera,  i partiti di opposizione e gli stessi sindacati, l’avevano già persa in partenza, molto tempo fa.

Ma questi alla fine sono solo dei “forse”  in risposta a semplici domande, a cui ciascuno può trovare la propria risposta di comodo. Resta solo un dato di fatto:  martedì a Pomigliano i veri vincitori morali sono state 1437 anonime persone, quelle che hanno avuto la forza ed il coraggio di votare NO. La vera sconfitta invece, ancora una volta, è l’Italia intera: la Repubblica (poco)Democratica , fondata (sempre meno) sul Lavoro.





IL GAY PRIDE A NAPOLI il 26 GIUGNO di Pierpaolo Russo (Popolo Viola Salerno)

24 06 2010

Il prossimo 26 giugno Napoli ospiterà il Gay Pride nazionale e l’appuntamento fissato è alle 14:00 a Piazza Cavour da lì si attraverserà l’intera città per arrivare a Piazza del Plebiscito.
La città partenopea è in pieno fermento e uno degli organizzatori della manifestazione, Carlo Cremona, ha assicurato che l’evento, sebbene connotato da quell’aria festosa che ogni pride presenta, non verrà ricordato per la sua presunta frivolezza ma sarà il punto di svolta per il movimento LGBT.
L’evento avrà come obiettivo primario quello di richiedere agli enti preposti una tutela dal punto di vista giuridico-legislativo e di rivendicare alla società civile la propria presenza e dignità.

Sarà forse l’occasione per ribaltare quello spirito di rassegnazione che lo scrittore, drammaturgo e regista napoletano Giuseppe Patroni Griffi descriveva così bene nei suoi romanzi, quel senso di rassegnazione che la comunità omosessuale e transessuale viveva due volte nella città partenopea, una prima volta da cittadino immerso nella strana e difficile vita quotidiana della città e la seconda volta come cittadino emarginato a causa del proprio orientamento sessuale.





L’URLO

24 06 2010

Il pittore norvegese, Edvard Munch (1863-1944), utilizza l’espressione caricaturale nel celebre L’Urlo (Skrik, 1893, National Gallery, Oslo, Norvegia) per rendere maggiormente partecipe lo spettatore all’angoscia che il quel momento il protagonista sta vivendo. E’ lo stesso Munch a raccontare che proprio mentre passeggiava con degli amici a Oslo, venne pervaso da un profondo senso di terrore.

Nell’opera, il corpo deforme prende le sembianze di un urlo muto ma al contempo violentissimo. La testa tra le mani, priva di dettagli, evidenzia gli occhi incavati e la bocca spalancata, rimandando all’ immagine del teschio. Tutte le linee sembrano voler convergere verso la testa urlante. Appare come se la stessa scena venisse coinvolta dall’emozione dell’urlo. E’ avvenuto qualcosa di terribile! Il cielo ha il colore del sangue, il mare sembra nero e oleoso. Il ponte in salita fa un chiaro riferimento ai mille ostacoli che gli uomini devono affrontare durante la loro vita. Tutto sembra vivere fisicamente l’urlo, l’angoscia. Tranne la strada dritta, ferma e su di essa in fondo a sinistra due figure umane, gli amici di Munch, che in quel momento sono indifferenti allo sgomento del protagonista, a simboleggiare in maniera nitida e cruenta la falsità dei rapporti umani.

Sembra che Much abbia riferito di essersi reso conto di quanto l’essere umano sia insignificante e completamente solo rispetto al grandioso ed imponente spettacolo della natura che lo circonda.

L’Urlo è forse il capolavoro di Munch più noto di una narrazione ciclica intitolata Il Fregio della vita (1893-1918), composta da diversi lavori suddivisi in quattro temi: Il risveglio dell’amore, L’Amore che fiorisce e passa, Paura di vivere (del quale fa parte L’Urlo) ed infine La Morte.

Il simbolismo di Munch in questa sua opera è maturo e il suo messaggio forte è percettibile a tutti gli spettatori che prima o poi nella vita hanno vissuto un momento di profonda angoscia.





VILLA REALE DI MONZA: AFFITTASI di IL POPOLO VIOL@ MONZA E BRIANZA

24 06 2010

Prendiamo la vicenda dalle origini. Nel 2004, attraverso un concorso internazionale, si delineò il progetto del raggruppamento Carbonara, che stimò in 106 milioni di Euro il costo complessivo del restauro della Villa Reale di Monza.  Il progetto è semplicemente sparito, lasciando spazio al silenzio fino al gennaio 2009.

In questa data assistiamo infatti alla nascita del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza. E’ stato approvato lo statuto dell’ente di natura consortile, e non imprenditoriale, di diritto pubblico al quale è affidato il compito di elaborare il piano strategico di sviluppo culturale e di valorizzazione delle aree.

Badate bene a ciò che è scritto: di diritto pubblico e non imprenditoriale.

Il Consorzio ha prodotto un bando (un primo di molti altri) che è fortemente discutibile per almeno due aspetti:

  1. Presenta un vizio di forma: il bando presenta una forma aleatoria, in quanto deve premettere come unica soluzione la ristrutturazione dei locali e non la ricostruzione. Le parole usate nel bando sono: “riqualificazione e recupero Villa Reale di Monza”, pertanto è aleatorio in quanto la parola “riqualificazione” significa letteralmente “rilanciare di nuovo”. Ciò, in paradosso, potrebbe addirittura significare la demolizione di parti della Villa e quindi la ricostruzione.
  1. Presenta un vizio di sostanza: la concessione pubblica verso la gestione privata è possibile solo con apporto di denaro pubblico qualora l’utilità del privato si riduca (Decreto legislativo 12/4/2006 n.163). Nel bando tuttavia è chiaro come i fondi siano per la stragrande maggioranza di origine pubblica e la gestione sia fissata al tetto massimo fissabile per legge al privato: trent’anni.

Diviene quindi evidente come il Consorzio di diritto pubblico intenda il diritto pubblico solo nel momento in cui il denaro serva per ristrutturare (o riqualificare, perché tanto per loro è la stessa cosa); mentre, nel momento in cui il denaro serve per gestire gli spazi, magicamente i ruoli si invertono. Abracadabra: canone fisso annuo di 30.000 euro, più lo 0,5% del fatturato. Al pubblico restano 36 giorni all’anno.

Ma attenzione: quanto denaro serve per la ristrutturazione, almeno nella prima tranche? Secondo i maghi della dialettica italiana residenti all’interno del Consorzio Villa Reale e Parco di Monza, circa 23 milioni di euro, di cui 19 di provenienza pubblica e 4 dal privato vincitore del bando. Sarà un’impressione, ma sembra tanto che la bilancia sia fortemente a vantaggio del privato.

Gli unici che pagano veramente in tutta questa storia (almeno allo stato attuale delle cose) e che non ne traggono nessun beneficio, o in ogni caso uno molto scarso, sono i cittadini italiani. Ma di tutto questo quanto sanno? Niente. Fino al 6 giugno nessun comunicato ufficiale in proposito: gli unici a conoscere i dettagli, o parte di essi, erano alcuni degli addetti ai lavori. A seguito del consiglio comunale straordinario del 7 giugno l’Amministratore Delegato di Infrastrutture Lombarde S.p.A., stazione appaltante, ha cominciato a far emergere i dettagli.

La questione è stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica da uno striscione appeso sui cancelli dell’entrata principale della Villa Reale:  <Affittasi per 30 anni prestigiosa villa d’epoca, già residenza Reale. Canone 30mila euro all’anno spese incluse. A privato. No Agenzie>; striscione che è stato prontamente rimosso.

Noi come Popolo Viola Monza e Brianza non intendiamo restare a guardare: sensibilizzeremo le persone quanto più ci sarà possibile, vigileremo sull’ “Affaire Villa” informandovi prontamente, ci proporremo come collante di tutte le realtà intenzionate a evitare quest’insulto nei confronti dei cittadini italiani e della memoria del Parco e della città di Monza.

Restate vicini: ne vedremo delle belle!





LA VITA E’ UN PASSAGGIO PREZIOSO

24 06 2010

Alcuni mesi fa ho conosciuto Alessandra su Facebook. Un incontro che mi ha cambiato la vita. La sua forza di volontà, il suo ottimismo, la sua solarità mi hanno fatto comprendere quante volte ci si lamenti per sciocchezze, mentre ci sono persone che hanno centinaia di difficoltà nei semplici gesti quotidiani e ciò nonostante, infondono speranza e voglia di vivere.

Alessandra Incoronato è una giovane donna romana disabile. Da anni lotta quotidianamente contro il menefreghismo della gente e dei politici. Ha vinto alcune battaglie, ma continua a non arrendersi per ottenere l’assistenza familiare ai disabili.

La sua malattia  ha un decorso degenerativo – progressivo che la costringe ad una sedia a rotelle. E’ una persona solare e combattiva, e si ritiene fortunata perché al suo fianco ha un marito che la ama e la sorregge, oltre ad una famiglia che l’ aiuta. Percepisce una pensione di 737,96 euro mensile.  Con questa deve pagare l’affitto di casa, la macchina, le medicine, e vivere.

Alessandra ha avuto la possibilità di visitare personalmente alcuni disabili abbandonati a sé stessi, tra vermi, ratti, scarafaggi ed escrementi. Questo ha scatenato in lei rabbia, compassione e continui incubi. Tanto da decidere di rendersi protagonista in prima persona di questa battaglia contro l’indifferenza dello Stato.  Ha vissuto sulla propria pelle un semi sciopero della fame per oltre un anno che le ha comportato un arresto cardiaco e un blocco intestinale oltre ad altri problemi fisici. Ha denunciato il Presidente della Repubblica Napolitano, il Ministro Tremonti e il Primo Ministro Silvio Berlusconi per mancato soccorso e omicidio colposo. All’occhio poco attento potrebbe sembrare troppo, ma se si pensa che in Italia attualmente esistono cittadini di serie B, che muoiono soli di inedia e stenti, potete veramente dire che sia troppo?  Alessandra afferma che c’è un quarto mondo nel nostro Paese. Un mondo di persone che non ha nulla se non la propria malattia, disabilità, con la quale dovrà conviverci fino alla morte. La vita, dice, è un passaggio prezioso. Non si può vivere in quel modo, e noi non possiamo girare lo sguardo e rimanere impassibili.

Lo Stato Italiano paga 2500 euro al mese per posto letto agli istituti per disabili. Istituti che troppo spesso non si prendono cura né fisicamente né umanamente delle persone che ospitano. La casa, l’amore di una famiglia possono far vivere una vita dignitosa al disabile. L’assistenza familiare tutelata e pagata dallo Stato significherebbe un aiuto effettivo al disabile e al familiare, che non potrebbe lavorare per seguirne le cure.

Furio Colombo, deputato PD e noto giornalista, scrittore, ha preso a cuore la causa di Alessandra. Ma non è sufficiente. Dobbiamo aiutare tutti, comprendere la situazione. Così la redazione de Il Tulipano ha contattato le principali pagine amiche e ha chiesto sostegno. Insieme a M.A.I, Il Popolo Viola, Informare per Resistere, e No Razzismo Day abbiamo creato una petizione per la quale, vi chiediamo di investire un minuto del vostro tempo per firmare e condividere.

Per firmare la petizione: www.firmiamo.it/a-favore-dell-assistenza-familiare-per-i-disabili

Per leggere la storia di Alessandra : La vita comunque di Alessandra Incoronato e Giovanna Caratelli , con la prefazione di Furio Colombo. Ed. Prospettiva Editrice





Intervista ad Antonio Caporaso, dirigente provinciale di FN di Benevento a cura di Jessica Molinari

24 06 2010

Questa intervista non nasce con intenzioni propagandistiche, né con l’intenzione di arrivare ad uno scontro. La volontà è quella di incontrarsi e conoscere questo movimento. Ad Antonio abbiamo chiesto di rispondere in maniera del tutto personale. Questo magazine non appoggia alcun partito politico. Vuole però ascoltare le opinioni di tutti e magari comprenderle, senza partire da preconcetti in nessun caso e per nessuno.

Prima di passare a facili critiche, dato che Antonio si è esposto con nome e cognome e posizione, è giusto dire che Jessica, l’intervistatrice, è dichiaratamente di sinistra e collabora in maniera attiva per la difesa del diritto delle donne alla libera scelta e quindi a tutela quotidiana della legge 194/78.

T: Che cosa pensi del reato per apologia al fascismo?

A: Come prima domanda, vi attendete subito una risposta che potrebbe farmi additare come il male assoluto. Vi soddisfo subito. Il Reato di Apologia al Fascismo, lo reputo una restrizione alla libera espressione. Se le parti fossero state inverse, lo avrei reputato allo stesso modo. Do lo stesso giudizio per i reati di apologia al comunismo che imperano in alcuni stati dell’ex blocco sovietico. Non si può reprimere un’Idea e una fede politica. Ma voi sicuramente commenterete questa mia risposta con: “In Italia durante il Ventennio avvenne lo stesso!”. Erano altri tempi, ma il Fascismo o neo-fascismo non è solo un regime totalitario, basti pensare ai principi di San Sepolcro o ai punti di Verona.

T: Che cosa pensi dell’attuale governo?

A: Dell’attuale governo non potrei che pensarne male. Non so che concezione avete voi dell’area nazionalpopolare, ma di certo non potete identificarla con Storace, La Russa e Gasparri. Abbiamo preso altre vie già nel ’94. Loro sono per la grande finanza internazionale e per l’affarismo; noi siamo anti-globalizzanti. E poi come poter considerare, anche velatamente, apprezzabile un sistema politico, come quello attuale? Mi è bastato vedere gli anni post-tangentopoli per chiamarmi fuori dagli schemi. Custodisco come una reliquia i libri di Stella e Rizzo; questo credo sia utile per dirvi che non posso parlar bene del sistema bipolare Pd-Pdl.

T: Che cosa pensi del fenomeno e delle politiche della Lega Nord?

A: Della Lega cosa posso dire? Sarebbe meglio far finta che non ci fosse. Un fenomeno politico esclusivamente italiano che, a volte penso, ci rende unici e “fessi”. Come si può discutere seriamente con chi sbeffeggia l’Inno o interviene pubblicamente dicendo di tifare Paraguay ai mondiali? Li reputo un manipolo di frustrati e idioti. Castelli che grida al federalismo o alla secessione…quello che mi rattrista è un fatto: queste persone sono ministri della Repubblica. Sono come i peggiori uomini di Berlusconi; infatti, come loro, parlano a slogan e non riescono a sostenere un discorso politico semplicemente perché imparano la strofetta a memoria. Non che avessi mai avuto un giudizio positivo su Bossi e soci, ma come si può parlare con uno che vuole, cito sue parole, “…cannoneggiare i barconi” di poveri cristi che vengono in Occidente, ma anche “…federalismo o baionette”?

T: Che cosa pensi di Fini?

A: Nessun giudizio positivo. Non solo perché ha compiuto lo “scempio” di Fiuggi, per carità, sarebbe troppo poco. Lo reputo servo del sistema e delle lobby affaristiche e massoniche che stanno governando, non solo il nostro paese, ma l’occidente. Anche se oggi Gelli nega, credo si sia compiuto il piano della P2. Fini lo giudico negativamente, non solo per Fiuggi, ma anche e soprattutto perché si è imbarcato sulla nave di Arcore, stesso giudizio che esprimo per Storace. Oggi può fare tutte le uscite che vuole, ma ha contribuito a piantare in Italia un cancro, rappresentato non solo da Berlusconi, ma dall’intero sistema. Ecco perché non posso parlare bene di altri partiti: a monte c’è un sistema che li rende tutti amici e compari. L’età non me lo permise allora, ma credo che al congresso del Msi, non avrei mai dato il mio sostegno a Fini, avrei preferito Rauti, persona eccellente e apprezzabile.

T: Chi rappresenta le tue idee in questo governo?

A: Assolutamente nessuno. Non apprezzo questo governo, siamo totalmente opposti a questo governo, come potrebbe esserci qualcuno che porta avanti le mie idee?

T: Quali caratteristiche ha per te chi è di sinistra?

A: Non credo che la sinistra sia quella dei centri sociali, come non dovrebbe identificarsi, la parte opposta (non dite estrema destra, perché noi non lo siamo, noi siamo socialisti e nazionali) con gli idioti che parlano per slogan e mettono la maglia Boia Chi Molla. La sinistra, parlo della sinistra socialista o quella di Vendola, non quella del Pd, è un mondo politico-culturale affascinante e per molti versi apprezzabile. Per dirvela tutta, Vendola ha ricevuto sostegno anche dal nostro mondo politico in Puglia. Io personalmente, in Campania, poiché Forza Nuova era assente per problemi legati alla presentazione delle liste, ho votato Vincenzo De Luca, perché l’ho reputato una persona molto più affidabile di Caldoro, vero pupo nelle mani di Cosentino. Certamente De Luca non è Bassolino, forse proprio per questo non ha vinto, perché è una persona corretta che il sistema ha voluto silurare, basti pensare agli assurdi procedimenti giudiziari che l’hanno investito. Noi, come idea, nasciamo a sinistra; ma, da sempre ci chiamiamo fuori dalla logica degli schemi. Amo ricordare un aspetto storico a quelli di sinistra: ricordate che Nicola Bombacci, fondatore del Pci, è stato appeso a Piazzale Loreto con il Duce. Chi mi conosce sa anche il fascino che nutro nei confronti di Guevara. Nell’area Nazionalpopolare esiste un richiamo profondo alla politica di Chávez. Io fondamentalmente mi reputo un uomo di sinistra, e considero di sinistra anche la mia idea. Un tale ebbe a dire qualche tempo fa: “Il lavoratore che assolve il dovere sociale senz’altra speranza che un pezzo di pane e la salute della propria famiglia, ripete ogni giorno un atto di eroismo. La gente del lavoro è infinitamente superiore a tutti i falsi profeti che pretendono di rappresentarla. I quali falsi profeti hanno buon gioco per l’insensibilità di chi avrebbe il sacrosanto dovere di provvedere. Per questo sono stato e sono socialista!”.

T: Saresti disponibile ad unirti alla sinistra radicale per salvare il nostro Paese dal baratro?

A: Da socialista ti direi immediatamente di sì. Ma c’è l’appartenenza Nazionale che mi frena. L’internazionalismo è un ghetto dal quale ci siamo liberati nel 1919, o forse nel 1915. Comunque credo che si potrebbe discutere di questo. Come dissi prima, io in Campania ho votato De Luca, quindi non ho schemi che mi tengono legato. Ma dall’altra parte ci sarebbe la disponibilità? Quello che mi tiene lontano dalla sinistra radicale sono aspetti molto importanti, come: la questione della fede, le considerazioni sulla bioetica o sulla vita, sulle droghe. In termini di politica, soprattutto le idee comuniste. Io sono per la socializzazione, per un sistema corporativo, perché una società non può esistere senza un’armonia tra lavoro e capitale, è questo il nostro principio raccolto in tre parole.

T: Qual è il tuo modello economico ideale per lo stato?

A: Credo sia ancora attuale il programma di Verona del ’44. I punti tenuti in considerazione dalla Repubblica Sociale Italiana restano il modello economico che maggiormente si attiene alla mia visione di Stato. Resta attuale anche la Carta del Lavoro concepita a Verona. Credo sia essenziale un sistema Socializzato, che non metta alla porta il Capitale, ma tenga in considerazione, come fulcro del sistema, il Lavoro. Il Capitale non deve essere un’offesa né un canone di sfruttamento per l’operaio. Cito, a conferma di questo, un punto del Manifesto di Verona: “…la base dello Stato e della sua dottrina economica è il lavoro; la proprietà privata, frutto di lavoro e risparmio, deve essere garantita, ma non si deve per ciò trasformare in entità disgregatrice della personalità altrui sfruttandone il lavoro. Tutto ciò che è d’interesse collettivo, da un punto di vista economico, ha l’obbligo di essere nazionalizzato. Nelle aziende deve essere avviata e regolata la collaborazione tra maestranze e operai per la ripartizione degli utili e per la fissazione dei salari. In agricoltura le terre incolte o mal gestite devono essere espropriate e riassegnate a favore di braccianti e cooperative agricole. L’Ente Nazionale per la casa del popolo deve avere l’obbligo di fornire una casa in proprietà a tutti. Deve essere costituito sarebbe un sindacato dei lavoratori, obbligatorio, che ha l’obbligo di riunito tutte le categorie”. Il tutto raccolto in un modello Corporativo che tuteli le classi produttive (capitale e lavoro). Potrei ancora dilungarmi, ma mi è stato chiesto di essere sintetico, spero di aver bene espresso il concetto.

T: Se il tuo migliore amico sposasse una ragazza immigrata, cosa gli diresti?

A: Non avrei nulla in contrario, direi le stesse cose se fosse un’italiana: “se è una brava ragazza e sei felice hai fatto bene”. Da Cristiano Cattolico reputo tutti i popoli e le razze uguali. Non capisco la natura di questa domanda. Ho tantissimi amici di altre fedi o di altre razze e di certo non mi faccio problemi ad accettarli in quanto tali. Amo molto la storia, ecco perché vi dico che Mussolini è stato il solo Occidentale a ricevere la “Spada dell’Islam” come difensore della civiltà Araba. Questa domanda forse vuole confondere la visione della mia area. Noi non parliamo in termini razzisti, ci sono sicuramente gli idioti che lo fanno, ma come dicevo prima, sono gli stupidi cresciuti a pane e slogan, quelli si trovano in ogni parte politica. Noi non siamo figli di un’Idea razzista, noi diciamo semplicemente che lo sradicamento dalla propria realtà sociale e territoriale è, soprattutto, un male per chi lo subisce. Ecco perché i popoli del terzo mondo vanno aiutati nella loro terra, questa mutua assistenza non fa altro che generare una dipendenza dall’occidente e uno sfruttamento del terzo mondo.

T: Sei contro l’aborto? E perché?

A: Si sono contro l’aborto, perché lo considero un genocidio. Sicuramente ci sono casi e casi, ma la mia formazione Cristiano-Cattolica non mi può permettere di pensarla diversamente. La vita non ci appartiene; noi siamo stati creati per volere di Dio e a lui dobbiamo rendere la nostra vita. Come non possiamo decidere della nostra vita, di certo non possiamo decidere per la vita altrui. Le scelte sono sicuramente difficili, ma quello che conta e riporre fiducia nella fede e Dio apre sentieri impensabili. Forse può apparire retorica, ma provate a pregare e riporre la vostra vita nelle mani di Dio, sicuramente mi darete ragione. L’aborto è sicuramente un crimine, ma non mi sento di accusare chi lo compie, ogni essere umano non va mai abbandonato. La misericordia di Dio è grande proprio perché il buon pastore lascia il gregge per cercare la pecora smarrita e curarla. Come ci sono le persone che prendono questa decisione sicuramente soffrendo, ma allo stesso tempo aggiungo che molte donne praticano l’aborto come una tale ordinaria amministrazione che spaventa. Ecco perché la questione è delicata e non me la sento di puntare il dito in forma generica, ma sicuramente sono contrario, perché se fossi favorevole, non potrei vivere la mia vita da cristiano.  Già sono molti i peccati che compio e non  voglio aggravare la mia coscienza considerando superfluo il miracolo della vita.

T: Se tuo figlio fosse gay, come la prenderesti?

A: Ne soffrirei perché non sarebbe accettato dalla società che ci circonda. Comunque impostare così la domanda è un po’ superficiale. Sicuramente non gli permetterei di fare quelle carnevalate dei Gay Pride, che offendono l’intelligenza umana e ghettizzano, le trovo alquanto ridicole. Non perché non rispetto la loro sessualità, ma perché appunto le reputo una carnevalata. Io rispetto chi vive la sessualità nella sua intimità e di fronte alla società si comporta in maniera normale. Lo stesso varrebbe per una coppia etero che si sbaciucchia in maniera volgare per strada, o per chi, in un luogo pubblico si veste in maniera succinta; reputo questo un’offesa alla morale e alla società. Io non ho problemi ad accettare i gay, sono cristiano e cattolico e non mi faccio problemi. Certamente le coppie omosessuali non possono dirsi uguali alle coppie tradizionali, per intenderci non possono adottare bambini o chiedere l’unione matrimoniale. Il matrimonio è un’unione che considero sacra e la sua sacralità la affermo anche con le coppie etero che s’incamminano lungo questa strada con molta superficialità. Nella nostra area c’è stato un ottimo leader gay, l’olandese Pim Fortuyn.

T: Come definiresti il mondo dei dipendenti pubblici e il loro operato?

A: Il mondo dei dipendenti pubblici? Estremizzare il concetto alla Brunetta è assolutamente sbagliato, ma come in ogni categoria ci sono i fannulloni e quelli che, per sopperire al mancato lavoro dei fannulloni, lavorano per quattro. Sicuramente anche questo è un settore da cambiare. Allo stato attuale si lavora meglio nel settore privato che in quello pubblico. Lo dico per esperienza di vita. Il mio lavoro mi porta a contatto con entrambi gli ambienti e vedo che gli stipendiati dello stato ti offrono, se hanno voglia, lo stesso servizio dei privati, ma in tempi elefantiaci. Però ripeto, non bisogna generalizzare. Sicuramente sarebbero efficaci maggiori controlli, di certo non i controlli alla Brunetta perché il pesce e marcio dalla testa. Di principio sono uno statalista, secondo me lo stato deve avere bocca in tutto, ma solo se c’è un sistema che funzioni. Allora torniamo all’origine: è il sistema che deve cambiare, non si può pretendere se prima non si dimostrano i buoni propositi.

T: Che cosa pensi della situazione attuale dei lavoratori italiani? Come giudichi la vicenda di Pomigliano?

A: La situazione dei lavoratori italiani? Siamo schiavi del sistema, un sistema che punta al guadagno, al profitto.  La Marcegaglia ha presentato così la situazione: “…l’esito della trattativa di Pomigliano segnerà il futuro delle relazioni sociali per gli anni a venire”. In effetti, le conquiste strappate dai lavoratori o dal capitale nelle vertenze Fiat hanno da sempre fatto da apripista per avanzamenti o arretramenti delle condizioni di lavoro su scala nazionale. La proposta della multinazionale Fiat è chiara: continueremo a produrre in Italia a patto che i lavoratori siano disposti a “flessibilità” di tipo cinese quindi riduzione dei salari, orari di lavoro aumentati con straordinari obbligatori, licenziamenti facili, ecc. Se i lavoratori italiani non si piegano, si va in Polonia o in Messico. Ovviamente se vince la Fiat, con un accordo che derogherebbe abbondantemente rispetto alle norme del contratto nazionale di categoria, tutte le altre aziende spingerebbero nella stessa direzione e la deriva per i lavoratori italiani rischierebbe di diventare travolgente.