Il Tulipano – 4 Ottobre 2010

4 10 2010

TULIPANO n13





PESCI COMBATTENTI – Kevin de Bois

4 10 2010

Nel 1983 Francis Ford Coppola mette in scena, con un cast d’eccezione formato da attori come Matt Dillon, Mickey Rourke, Diane Lane, Dennis Hopper, Diana Scarwid, Vincent Spano, Nicolas Cage, Chris Penn, Laurence Fishburne e William Smith il film Ruble Fish, “Pesci Tuono” – meglio noti come pesci combattenti – tratto dall’omonimo romanzo del 1968 di Susan Hinton. La storia è ambientata a Tulsa in Oklahoma negli anni 60 e Rusty, il protagonista, è un sedicenne inquieto, figlio di un ex avvocato alcolizzato abbandonato dalla moglie, che capeggia una piccola banda di coetanei ma sogna la California dove è fuggito il fratello maggiore, leader del quartiere, eroe solitario a cavallo della sua moto. Il film, in Italia “Rusty il Selvaggio”, che ricalca il modello espressionista che va da Sergej EjzenstejnOrson Welles è girato completamente in bianco e nero fatta eccezione per la scena finale in cui i due fratelli si ritrovano al negozio di animali di fronte ad una vasca di colorati pesci combattenti siamesi che per caratteristica attaccano i loro simili e che, come dice il fratello di Rusty, “non combatterebbero se fossero nel fiume, se avessero più spazio”. Questa nostra società del 2010, apparentemente combattente, o combattiva, è in realtà esclusivamente litigiosa. Il dramma infatti è che combattiamo solo tra di noi. Ci si accapiglia ovunque, tra le mura domestiche, con i nostri vicini, al lavoro con i colleghi, mentre ci troviamo in mezzo al traffico, con le persone con cui mai vorremmo discutere, sì anche con quelle che, in fondo non ci hanno fatto niente, quelle stesse che paradossalmente si dimostrano più disponibili : se ci sforziamo ci stanno sul cazzo pure quelle. Ce n’è per tutti senza esclusione di scontri, basta che ci stiano a tiro, che orbitino dentro il nostro non-spazio. Ma dove sta il senso di questo non senso ? Ci attacchiamo tra noi perché siamo profondamente infelici. E lo siamo perché stiamo rinchiusi come schiavi in una prigione invisibile, ma che avvertiamo. Ci accontentiamo di masticare sogni preconfezionati che non sono i nostri, che non ci appartengono e che non possiamo digerire e assimilare perché il nostro intestino, non per nulla simile al cervello, non può sintetizzare. Siamo incazzati neri perché abbiamo repressa la fame di libertà e la sete di essere Umani. Siamo a digiuno forzato di Sogni da generazioni. Non essendoci uno sfogo naturale in cui incanalare il disagio, un’alternativa in cui sfociare e vivere ciò che ci appartiene, questo malessere rimbalza nelle immediate vicinanze e ricade inevitabilmente su chi ci sta vicino. Indossiamo un abito che ci va stretto e che non abbiamo neanche scelto. In molte circostanze sono i nostri stessi genitori e la “famiglia” che ci tramanda cosa dobbiamo sognare, quali strade intraprendere. Ci siamo lasciati insegnare come cosa sognare, comecosa diventare e questo ci ha portati a smettere di sognare, a smettere di diventare. Siamo dei mai-nati, dei non-nati, degli embrioni stanchi intubati al farmaco di turno che ci sollevi dalla sopportazione di questo insistente non esistere. Viviamo per lavorare, lavoriamo per produrre e produciamo per lavorare. Come quei pesci siamo immersi in un liquido amniotico e confinati in un’ampolla di vetro trasparente, rigorosamente passivi seppur con i nostri colori, le nostre bandiere e i “nostri” presunti ideali in bianco “o” nero. Ci facciamo sognare la California perché campeggia sui cartelloni pubblicitari pur non avendo i mezzi per raggiungerla. L’individuo che troppo sogna, e lo fa autonomamente è pericoloso. L’individuo insoddisfatto e timoroso è più manipolabile, gestibile, controllabile. Semplicemente non osa. Mi viene in mente anche The Truman Show. Quella che ci lasciamo proporre è una strada circolare, chiusa a se stessa, improponibile, irrealizzabile, impraticabile, ciclica e senza sbocco. Il risultato del controllo portato all’estremo, del proibizionismo, del farci girare a passo perpetuo attorno al palo si chiama frustrazione, rabbia, mancanza di benessere, infelicità. E questo si traduce in ostilità. In distruttività. Ma, badate bene, non verso il sistema, ma contro Noi stessi e i nostri simili. Per il sistema finché siamo occupati ad azzuffarci per un pezzo di sogno di plastica, non saremo mai pericolosi, mai attueremo il cambiamento e la Rivoluzione. Come uccelli in gabbia ci lasciamo mettere accanto specchi, trabocchetti, illusioni che servono a confonderci che quella prigione sia il migliore dei mondi possibili. Mentre tutto questo teatrino è invece il peggiore dei mondi possibili, come ci ricorda anche il Candide di Voltaire già dal 1755. La prima cosa che facciamo appena ci svegliamo non è aprire la finestra e tirare un bel respiro restando concentrati per un po’ su noi stessi. La prima cosa che facciamo nella giornata è accendere un dispositivo elettronico, e la concludiamo facendo altrettanto. Per degli esseri che sono nati sugli alberi mi sembra un po’ troppo. L’alternativa è recuperare e vivere i nostri Sogni. E’ arrivato il momento di rovistare nel baule della nostra anima e di recuperare la nostra vera identità : partorire noi stessi, rompere le acque, emergere a galla, arrivare al fiume e sfociare al mare. Il percorso non è dei più semplici, sicuramente, ma nel mentre sarebbe già sufficiente non abboccare.





Woodstock 5 stelle: progettare il futuro curando il presente – di Roberta Covelli

4 10 2010

Ognuno vale uno. Ognuno è responsabile, ognuno ha diritti, ognuno ha doveri. Ed è questo che si è notato sabato e domenica a Cesena, a Woodstock. La due giorni di musica e futuro organizzata dal MoVimento 5 Stelle è riuscita: nonostante le previsioni meteo inclementi, le adesioni sono state decine di migliaia e i nuvoloni neri che sovrastavano l’ippodromo di Cesena, dove si teneva l’evento, hanno risparmiato i tanti che si sono goduti lo spettacolo. Ma più di quel che è accaduto sul palco, che pure è stato interessantissimo (basti pensare agli interventi di Jeremy Rifkin, di Brigitta Jonsdottir, di Livingstone), è stato straordinario quel che succedeva sotto al palco.

Camminando non si calpestavano bottiglie o avanzi di cibo e in fila per comprarsi il pranzo nessuno superava furbescamente. Allo staff sono giunti portafogli smarriti, aperti solo per il controllare il documento per cercare i proprietari, l’acqua potabile era erogata gratis, le stoviglie dei ristorantini biodegradabili, i cestini per la raccolta differenziata dappertutto. Ognuno si sentiva responsabile: il MoVimento non deve avere leader, ognuno deve partecipare e attivarsi in prima persona, a partire dalle piccole cose come lo smistamento dell’immondizia (nel tentativo di crearne sempre meno) fino ad arrivare alla politica nazionale, con l’impegno e la competenza che i ragazzi del MoVimento (e non chiamateli grillini!) hanno dimostrato fino ad ora. All’indomani di Woodstock la speranza è tanta e chissà che da semplice speranza non si trasformi in una vera rivoluzione culturale.





La legge contro l’omofobia che non punisce l’omofobia – di Dario Accolla

4 10 2010

Già l’anno scorso ci avevano provato. Paola Concia, deputato del Partito Democratico, aveva portato in Commissione Giustizia un disegno di legge che introduceva l’aggravante di omofobia e transfobia sui crimini commessi contro la comunità GLBT. La legge poi approdò in parlamento ma il 13 ottobre venne affossata a causa di una pregiudiziale di incostituzionalità presentata dall’Udc. Un anno dopo quella norma verrà ripresentata, leggermente modificata in modo tale da non subire, nuovamente, l’onta di una bocciatura per presunte difformità con la Costituzione. Eppure nuove nuvole si addensano su questa norma. E questa volta pareri e critiche negative vengono proprio dal mondo delle associazioni e dai singoli esponenti e rappresentanti della comunità gay italiana.

In realtà le critiche di chi vede questo provvedimento come l’ennesima mediazione al ribasso sono concrete. La proposta presentata, infatti, non introduce un reato specifico legato all’omofobia e alla transfobia, bensì un’aggravante che va a incidere su reati già esistenti. Concretamente: se oggi si uccide un nero perché tale il diritto si muove non solo sul campo dell’omicidio ma anche su quello del razzismo il quale costituisce reato a sé. Se invece si uccide un gay o una lesbica per omofobia, si procederà solo per omicidio. L’omofobia non è e, allo stato attuale delle cose, non sarà un reato.

Molti, ancora, i limiti di questa legge, come si denuncia sulle colonne de Il Fatto Quotidiano: «La circostanza aggravante dovrebbe operare senza il concorso delle attenuanti, che altrimenti potrebbero annullare del tutto l’incremento di pena sperato. Devono poi essere inclusi, tra i reati-base, anche quelli contro il patrimonio, l’ingiuria e la diffamazione. Infine, occorre accompagnare l’aggravante con misure educative specifiche, quali campagne di istruzione nelle scuole ed azioni di sensibilizzazione a livello istituzionale».

La soluzione ideale sarebbe, secondo molti, l’estensione della legge Mancino ai crimini contro l’orientamento sessuale e l’identità di genere, progetto di legge presentato dall’Italia dei Valori: un provvedimento, questo, che obbligherebbe lo Stato a intervenire anche in assenza di denuncia da parte delle vittime – e ricordiamo che in Italia sette aggressioni su dieci non vengono denunciate – e che non terrebbe conto delle attenuanti e si estenderebbe anche a reati contro il patrimonio e la persona. Provvedimento giusto e auspicabile ma che, come ha ricordato Paola Concia, non ha nessuna possibilità di essere approvata in un parlamento in cui la peggiore destra d’Europa detiene una maggioranza schiacciante.

Il quadro che si delinea, quindi, rende poco rosee le prospettive di una normativa completa che tenga conto non solo dei crimini di odio contro gay, lesbiche e transessuali ma che abbia come filosofia di base l’equiparazione della dignità tra tutti gli individui, per quel vecchio adagio che tanto ci è caro, nonostante quindici anni di berlusconismo, che vuole che la legge sia uguale per tutti e per tutte.

Il disegno del Partito Democratico si appresta, perciò, a ritornare in aula. La Concia, il 29 settembre scorso, a Roma, alla Feltrinelli di piazza Colonna, durante la presentazione del libro In nessun paese di Ivan Scalfarotto, suo compagno di lotte politiche, e poco prima di votare contro la fiducia al governo, ha ammesso i limiti del provvedimento ma ha pure ricordato che per adesso non si può avere di più. Per cui, per una volta, forse è opportuno fare quadrato attorno a una richiesta davvero minimale ma sicuramente più concreta rispetto al nulla che per adesso schiaccia la dignità di milioni di persone in Italia. Con la speranza che un giorno, quando sarà l’ora di chiamare certi crimini col loro vero nome e di punirli come si conviene, non verrà il solito leader di turno o il suo tirapiedi in parlamento a ricordarci che il massimo che si poteva fare è stato fatto. Lì dovremmo ricordargli che il massimo di cui si parla corrisponde al quasi nulla che la destra ha concesso per dare una risposta a chi si chiede se la legge è davvero uguale per tutti. Anche per le persone GLBT.

Dario Accolla

P.S.: l’articolo menzionato lo potete trovare su

http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/19/sul-ddl-anti-omofobia/62383/





Raccontare l’Italia: tra cruda realtà e speranza – di Maria Noemi Rossetto Giallella

4 10 2010

L’estero ha cessato da tempo di voler capire il fenomeno Italia. Oramai si muove tra lo stupore più totale, l’irritazione ed una sorta di rassegnazione di fronte al quel modo tipico italiano che conosce da decenni – l’arrangiarsi ed il funzionare nonostante tutto. Rimane comunque l’incomprensione per i meccanismi italiani, ad esempio quella sorta di furbizia e l’ammirazione per chi sfugge alle regole. E rimane la mancanza di conoscenza della situazione reale che si aggira tra dittatura mediatica, una casta politica e la burocrazia che non serve le persone, il precariato perenne e di conseguenza la disperazione di intere generazioni, latente e paralizzante. Ma si sta muovendo qualcosa.

Spesso mi si chiede cosa stia succedendo in Italia, come sia possibile che si riduca al lastrico ed abbia un soggetto come Berlusconi che riveste una carica da Presidente del consiglio dei ministri. Mi chiedono come mai lo si elegga ancora ed ancora, visto che non bada che agli interessi propri.

Non sorprende che gli svizzeri abbiano questa incomprensione di fronte tali circostanze. Giudicando una situazione, partiamo sempre dalla nostra personale realtà. In Svizzera, i mezzi di massa sono liberi e plurali, quindi chiunque suppone che anche in Italia sia così. Gli faccio notare che da 30 anni a questa parte, in Italia, si è lavorato sistematicamente a smontare ogni libertà di stampa e che tante persone subiscono una sorta di lavaggio del cervello da decenni. Poi cerco di spiegare una realtà culturale italiana che comporta la lunga durata dell’analfabetismo. Ciò ha portato, alle generazioni più anziane, a non avere la cultura del leggere giornali e libri come invece accade in Svizzera. Ed aggiungo che il mezzo d’informazione principale è da sempre stato la televisione che illude tanti ad essere “informati” (un’illusione che abbiamo anche in Svizzera, d’altronde.) – Evidentemente c’è sempre stato, in Italia, un interesse a tenere la popolazione disinformata.

La reazione passa dall’incredulità allo sgomento. Non riescono a credere che una situazione tale sia possibile in Europa. Infatti, ciò stupisce tanto anche me. Anche se poi so che la Commissione Europea sanziona l’Italia, ad esempio per il fatto che Rete 4 è un canale abusivo da tantissimi anni. Secondo me però non si muove abbastanza – ma questo è un altro argomento.

I malesseri cancerogeni dell’Italia ed un sistema marcio

Racconto poi quello che è la realtà per le ultime generazioni: a parte i malesseri cancerogeni dell’Italia – casta politica corrotta e sistema burocratico gonfiato e corrotto a sua volta, la malavita che si infiltra nella politica e nella burocrazia, ed il Vaticano – l’impossibilità di trovare un lavoro che rispecchi la propria formazione, tranne con la raccomandazione che poi agevola chi troppo spesso non necessariamente merita. Spiego l’aggiramento di tante leggi di lavoro istituendo il precariato come forma di base di lavoro e come, di conseguenza, intere generazioni non possano più costruire nulla di proprio, rendendosi dipendenti dai genitori spesso finché essi non muoiono. Cerco di fare capire come tali circostanze ti buttano nella disperazione o nella rabbia o alternativamente nella rassegnazione più totale, come ho percepito da anni di colloqui e discussioni con chi vive in Italia e come d’altronde uno può facilmente immaginarsi. Gli faccio notare che, purtroppo, tanti italiani non hanno mai adeguato un sistema civico. Le regole ci sono per essere aggirate – che si tratti di regole stradali o leggi qualunque, non importa.

Non c’è alternativa al cambiamento

Spesso mi chiedono come facciano gli italiani a tirare avanti. Gli dico che infatti è sempre più difficile far fronte alla vita di ogni giorno, che non basta più coltivare le apparenze come tanti hanno fatto finora, e che anzi, il mondo intorno gli crolla pezzo per pezzo.

Mi chiedo spesso quanto riesca a subire e sopportare un essere umano. E mi ricordo che ogni cambiamento, ogni metamorfosi, che sia personale o collettiva, ha bisogno di certa pressione e non può avvenire che con un certo dolore – un po’ come un parto. Esso – di base – non esiste indolore. Inoltre la soluzione ad un problema complesso non può che essere complessa. Ci vuole la volontà e la determinatezza di ogni singola particella, piccola che essa sia. Bisogna rendersi conto che il cambiamento inizia in ognuno di noi, nella vita quotidiana, nel mondo che ci circonda, nel dire no dove va detto, nello scontrarsi e nel mettersi in gioco dove e quando ci vuole. Ed anche nell’essere scomodi e combattere. Ha bisogno di senso civico appunto. La vita non è concepita nell’ essere agevole e facile, è un’illusione del cosiddetto “primo mondo” che si è adagiato in tante cose.

Per finire  posso raccontare di come la gente inizia a capire, di come si sta muovendo trovando spazi e mezzi per farlo, ad esempio aggirando i mezzi di comunicazione convenzionali ed usando i nuovi mezzi come internet, non controllabili da singole forze. Fortunatamente posso dire che ci sono tante persone in Italia che dopo la rabbia, lo sdegno e la disperazione si muovono, ribellandosi, organizzandosi e partecipando a  iniziative di ogni genere. Sono felice di raccontare della speranza e la voglia di cambiamento, nonostante tutto – perché non c’è alternativa più, oramai.

Maria-Noemi Rossetto-Giallella, la nostra inviata da Zurigo





INTERVISTA A SILVIO BERLUSCONI – di VALERIA BRIGIDA

4 10 2010

Chi rimane in silenzio accetta tacitamente questo scempio. E io ai miei nipoti un giorno voglio raccontare, avendo il coraggio di guardarli negli occhi, che ho cercato di resistere con tutti i mezzi che avevo a disposizione!

Noi giornalisti crediamo che la democrazia in Italia sia ogni giorno più in pericolo. Ciò sta avvenendo per colpa della politica attuata nel corso degli ultimi anni dal Governo Berlusconi, ma anche per la progressiva manipolazione dell’informazione e dei messaggi “sociali” che le TV di stato e commerciali – controllate di fatto dal Presidente del Consiglio – trasmettono nei telegiornali, nelle fiction e nei programmi d’intrattenimento.
A completare il quadro di desolante impoverimento dell’informazione, c’è la consapevolezza che – da sempre – il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha rifiutato un vero confronto con i giornalisti.
Per questo, noi vogliamo invitare i più importanti giornalisti delle più grandi testate internazionali ad una “intervista collettiva” a Silvio Berlusconi, senza censure e senza domande preordinate.

Mercoledì mi trovavo ad ascoltare il discorso di Silvio Berlusconi alla Camera. Come la maggior parte dei miei colleghi giornalisti lo facevo lasciando aperta la chat di facebook. E come la maggior parte dei miei colleghi commentavo i vari passaggi del discorso del Presidente del Consiglio. Le reazioni al discorso di ieri, in rete, sono state molteplici. Ma tutte partivano da una domanda fondamentale: “Com’è possibile che Silvio Berlusconi sia in grado di affermare determinate pubblicamente cose che sono palesemente infondate? Non lo ferma nessuno per chiedergli delucidazioni? E quando il discorso sarà finito? E’ possibile che subito dopo non ci sia una conferenza stampa che permetta un approfondimento diretto con lui?”.
Da questi interrogativi me ne è nato un altro: quanta responsabilità abbiamo, noi giornalisti, nell’aver rinunciato a chiedergli interviste come avviene normalmente nei rapporti tra stampa e Capo del Governo in tutte le democrazie occidentali? La reazione che ne è conseguita è stato un mio sfogo in chat con Nicla Goffredo, una collega videoreporter. Le ho scritto: “Io voglio intervistare Silvio Berlusconi”. Avevo le mani che mi tremavano dalla rabbia per non averlo pensato e fatto prima. Pensavo: “Cosa stiamo ancora aspettando noi giornalisti e operatori della comunicazione?” E’ stato un attimo: alla fine del discorso di Berlusconi, quei pensieri e quelle chat si sono trasformate nell’evento “Intervista a Silvio Berlusconi”.

Lo scopo non è l’intervista fatta da un singolo giornalista. No. La mia proposta è quella di creare un gruppo di giornalisti (professionisti, pubblicisti, non iscritti all’ordine, disoccupati, precari o con contratto: comunque giornalisti!) ed esperti della comunicazione che lavori a un’intervista collettiva da fare a Silvio Berlusconi: domande poste dalla rete. Subito hanno aderito decine di utenti facebook. Da nord a sud Italia, addirittura da italiani emigrati all’estero: l’adesione è arrivata da semplici cittadini, studenti, attivisti e, soprattutto, come speravo, da molti altri colleghi giornalisti, anche stranieri.

A tutti era piaciuta l’idea di un’intervista collettiva perché infondeva di nuovo il profumo di una democrazia che sembra svanire giorno dopo giorno. Cos’è un’intervista collettiva? Semplice. Si forma un gruppo di giornalisti ed esperti della comunicazione. Attraverso l’uso di internet e dei social network raccogliamo (come già stiamo facendo in queste ore) le domande degli italiani che sembrano esigere delle risposte dal Presidente del Consiglio. D’altronde cosa sono i mass media se non uno strumento che consente anche la comunicazione tra politici e cittadini? E se è vero questo, perché non usare questo strumento abbinato alle nuove tecnologie per fare un’intervista al Presidente del Consiglio?

Sono stata un anno in Libano. Qui ho tentato di intervistare Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah. Ho tentato pur sapendo che sarebbe stato impossibile. Ma a spingermi c’era l’amore per il mio mestiere. Sapevo che sarebbe stato impossibile anzitutto perché nessuno sapeva dove si trovasse. E poi perché prima di me c’era una lunga lista di nomi illustri del giornalismo internazionale. A cominciare da Robert Fisk. Proprio ieri ripensavo ai miei tentativi in Libano e mi son detta: “Se in Libano ho tentato di intervistare un personaggio irraggiungibile come Nasrallah e non ci sono riuscita perché nessuno ancora oggi sa dove si trova. In Italia voglio intervistare Berlusconi insieme a tanti altri colleghi giornalisti, perché tutti sappiamo che Berlusconi siede alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Non dovrebbe essere poi così difficile, no?”.

Ma so bene che anche questa non sarà un’impresa facile. E so già che i primi ostacoli arriveranno proprio da molti altri miei colleghi giornalisti. Eppure continuo a chiedermi: perché questa difficoltà a porre semplici domande al Presidente del Consiglio? Badate bene: non si tratta delle dieci domande di Repubblica sul caso di Noemi. No. Le domande che vogliamo porre non riguardano la vita di Silvio Berlusconi sotto il profilo pubblico e privato. Riguardano l’Italia e gli italiani. Riguardano i punti su cui ieri Silvio Berlusconi ha chiesto l’ennesima fiducia.
Viaggio parecchio all’estero. E ogni volta i miei colleghi stranieri mi chiedono: “Ma perché nessuno lo intervista? In una democrazia non si è mai vista una cosa del genere! Voi giornalisti italiani siete diventati tutti schiavi addormentati e narcotizzati?”
La risposta è no: noi giornalisti italiani non siamo tutti schiavi addormentati e narcotizzati. Lo dimostra il fatto che molti di noi stanno aderendo all’iniziativa col supporto di tanti cittadini. E’ per questo che invito tutti i colleghi e i direttori di testate giornalistiche a partecipare a questa iniziativa per riappropriarci del significato più profondo del nostro mestiere.

VALERIA BRIGIDA (giornalista e fotografa)





Hanno suicidato un uomo? – di Alessandro Bolognesi

4 10 2010

In quel momento ascoltando il telegiornale non ci feci nemmeno caso, un uomo sessantaduenne che uccide la nipote per incomprensioni famigliari; sebbene la notizia fosse da subito un po’ strana, in quel momento non mi stupii particolarmente: un uomo di mezza età giudicato, già dalle prime ore, come disturbato mentale che uccide la nipote,  avvocato, con un colpo di balestra e poi si toglie la vita dopo qualche ora, sempre con la stessa balestra (e li ammetto che storsi un po’ il naso) per motivi di eredità, almeno  da quello che nel  momento intuii.

Quella strana notizia mi scivolò addosso, archiviandosi in una parte dormiente del mio cervello, e non ci pensai più. Ma questo disinteresse durò poco, forse un paio di giorni, fino a quando venni a sapere da un amico, per puro caso, che questo Stefano Anelli, assassino della nipote, morto poi suicida, non era proprio una persona qualunque, forse anche strana, ma non qualunque; Stefano Anelli, ingegnere in pensione, militante del vecchio PCI, era conosciuto da moltissimi internauti con lo pseudonimo di John Kleeves, firma con cui pubblicava su vari blog, articoli e scritti vari, quasi tutti però di stampo antiamericanista, scrisse anche un libro pubblicato da una piccola casa editrice, intitolato: Sacrifici umani. Stati Uniti: i signori della guerra. Il libro purtroppo non l’ ho letto, ma alcuni suoi articoli, come:” La propaganda di Hollywood a beneficio dell’ immagine Usa”; o come: “Non abboccare Saddam” del 2002 e “Hai abboccato Saddam” del 2003; li ho letti, e non li ho trovato per nulla farneticanti, come qualche giornale locale ha scritto nei giorni che seguirono la strana tragedia, magari in alcuni passaggi un po’ forzati, magari provocatori in alcuni punti, forse addirittura leggermente romanzati in altri, ma non li ho trovati farneticanti. Non era solo scrittore, molti sono i video dei suoi incontri e delle sue conferenze che girano per la rete.

Io sarò anche, come qualcuno penserà, un folle accecato dall’ amore per le cospirazioni, ma bisogna ammettere che sono molte le stranezze e le possibili incongruenze in questo caso di omicidio suicidio: il fatto che zio e nipote fossero sempre andati d’ accordo; la storia della presunta lettera che Anelli avrebbe mandato a Rosa e Olindo Romano per esprimere il proprio appoggio, lettera che nessuno ha visto e che forse verrà prodotta a tempo debito; la stessa modalità del suicidio provocatosi con una balestra costruita da lui, ammesso che sia possibile spararsi da soli con una balestra, magari armandola in una piccolissima 600, come sembra, dalle indagini della polizia sia successo; la stessa omissione dei media sulla doppia vita dell’ ingegnere in pensione; la succosa ciliegina sulla torta rappresentata dal luogo, una chiesa dedicata a santa Maria, santa morta proprio con una freccia nel collo come lo stesso Anelli,  quasi una leccornia offerta a chi vive cibandosi di complotti.

Un uomo strano forse, ma sicuramente molto intelligente, preparato, addirittura scambiato da alcuni come storico americano impubblicabile nel proprio paese, un illuminato che scriveva del film: Forrest Gump, raccontandolo come un lungometraggio esclusivamente propagandistico costruito da un improbabile, ma non inverosimile, agenzia governativa per mostrare un americano ingenuo e profondamente buono, orgoglioso della sua divisa militare, che non avrebbe potuto fare del male a nessuno.  Uno scritto con il quale io non riesco a trovarmi in disaccordo, un uomo strano forse, ma lucido, un nemico degli Stati Uniti e della propria supremazia autoproclamata, che trasforma ogni attacco in legittima difesa, e che continua ancora, sempre più ostinatamente ed insistentemente  a professare una libertà ed una democrazia sempre più fasulla, che sembra ormai soltanto ad un miraggio.

Chi ha suicidato Stefano Anelli e John Kleeves?