IL TULIPANO – Il magazine che leggi e che scrivi

19 10 2010

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Il Tulipano – 18 Ottobre 2010

18 10 2010





Il Diario del Ke’, 18 Ottobre 2010

18 10 2010

Care lettrici e cari lettori,

Quella passata è stata una settimana ricca di fatti che hanno visto in primo piano, in Italia : la critica mossa da Berlusconi ai dirigenti del suo Partito, che implicitamente annuncia il corso al restyling del centro destra che prevede come prima fase un probabile smantellamento del triumvirato Bondi – Verdini – La Russa, il duello mediatico incandescente tra Santoro e Masi al momento tutto da risolvere, e si è conclusa con la manifestazione della Fiom a cui hanno partecipato oltre 500.000 lavoratori e precari e che è stato solo l’antipasto a quello che sarà lo sciopero generale.

I fatti di cronaca hanno avuto come comune denominatore l’occhio vigile delle telecamere, da una parte lo stupro mediatico sulla vicenda che vede coinvolta la famiglia Scazzi, che fa da apripista al voyeurismo televisivo dell’imminente Grande Fratello, e da una parte al teleobiettivo di sorveglianza alla stazione Termini, in questa circostanza fondamentale per il riconoscimento e più utile all’arresto di quanto non lo sarebbero stati gli occhi indifferenti dei passanti.

Questo Tulipano si arricchisce di volti nuovi e diverse collaborazioni, tra blogger, vignettisti e persone che rompendo gli indugi si cimentano per la prima volta in quell’arte giornalistica fai da te, modesta, e da opinion leader che di solito appartiene ad una cerchia distinta, ristretta ma notoriamente più qualificata. Il nostro scopo non è quello di sostituirci al professionista, ne’ tanto meno di sottrarre potere di analisi agli esperti dei settori specifici nel mondo dell’informazione, il nostro obiettivo è quello di pubblicare semplicemente il parere della gente, affiancandoci al flusso di notizie e commentandole con ciò che il popolo dice, umilmente ma con la forza della partecipazione, che è Libertà.

Kevin De Bois, Il Tulipano





LA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA HITALIANA di Andrea Anzalone (il Vignettificio)

17 10 2010

Art.1| L’Hitalia è una Repubblica post-democratica, fondata sullo sfruttamento del lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti degli Interessi privati dei partiti.

Art.2| La Repubblica riconosce e garantisce i privilegi inviolabili del ricco, sia come singolo sia associato nelle logge massoniche ove consolida i propri privilegi, e richiede il riconoscimento dei diritti inderogabili di disparità politica, economica e sociale.

Art.3| Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, salvo opportune donazioni di denaro, che saranno accettate senza distinzioni di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto il potere e il capitale di parte dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo delle egemonie personali e l’effettivo allontanamento di gran parte dei lavoratori dall’organizzazione politica, economica e sociale del paese.

Art.4| La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto di essere sfruttati sul lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie raccomandazioni e la propria fortuna, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e sostanziale del patrimonio della società in cui si viene sfruttati.

Art.5| La Repubblica, una e divisibile, riconosce e promuovere le autonomie mafiose; attua nei servizi segreti che dipendono dallo Stato il più ampio deviamento operativo; adegua i principi e i metodi della sua legislazione alle esigenze degli interessi personali di chi offre di più.

………………CONTINUA …. (purtroppo)………





II SILVIO MAFIOSO di Giovanni Ugo

17 10 2010

 

 Nicola Cosentino, quasi 52 anni, è coordinatore provinciale del Popolo delle libertà in Campania e ex sottosegretario all’Economia del Governo Berlusconi. Ma perchè “ex”? Perchè Cosentino, si è dovuto dimettere dopo le proteste dei finiani, seguite alle accuse dei pm, per i quali l’onorevole avrebbe violato la legge Anselmi e conseguito il reato di associazione a delinquere e diffamazione per essersi fatto sostenere alle Regionali da Flavio Carboni e dagli amici della nuova P2. In che modo? Facendosi fabbricare un dossier su misura contro il proprio rivale alle Regionali, Stefano Caldoro e facendo fare pressioni alla Cassazione (attraverso magistrati pitreisti) per influenzare la decisione di accogliere o meno il ricorso presentato dai legali del Pdl contro l’ordinanza di cusodia cautelare che era stata presentata all’onorevole Cosentino, per un altro reato ancora: concorso esterno in associazione camorristica. Il curriculum dell’onorevole però, non è finito qui e vanta anche un’altra pesante accusa, di quelle che restano sullo stomaco. Nel settembre 2008 è accusato di riciclaggio abusivo di rifiuti tossici, mano nella mano con il clan dei casalesi dopo le rivelazioni di due imprenditori collusi con la camorra: Sergio Orsi e Gaetano Vassallo.

Il gip di Napoli ha chiesto l’autorizzazione alla Camera per poter utilizzare delle intercettazioni sul suddetto onorevole nel processo sulla sua decennale collusione con la camorra. Il 22 settembre su 593 presenti i voti sono 285 favorevoli a procedere e 308 contrari.

 Beh, paradossalmente, se con le credenziali che ha Cosentino la Camera nega al tribunale di usare le intercettazioni, un  mafioso può diventare senza problemi Presidente del Consiglio. Toh! Coincidenza! E’ successo proprio così.

 2 amnistie,  2 depenalizzazioni,  8 archiviazioni,  6 prescrizioni e 3 processi ancora in corso (Mills per corruzione in atti giudiziari, frode fiscale, appropriazione indebita Mediatrade -tutti bloccati in attesa della sentenza della Consulta sul legittimo impedimento) si presenta così il nostro Presidente del Consiglio. Però, anche se non innocente, non risulta essere mai stato condannato. Allora, per capire meglio chi è B. dobbiamo andare a conoscere i suoi amici. I compari che, immolandosi per una Causa superiore, Silvio, come vittime sacrificali arrivano anche all’ultimo stadio del processo, quello che Berlusconi non ha ancora mai visto, il giudizio definitivo; e soprattutto, dobbiamo vedere  e capire i regali che dal Governo, B. riesce a fare alle cosche.

 Marcello Dell’Utri, 69 anni, è una personcina per bene: condannato a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa (fatti accertati fino al ’92), ha patteggiato la pena di due anni e tre mesi per false fatture e  frode fiscale nell’ambito della gestione di Publitalia ’80 a Torino, è  indagato per tentata estorsione e per lo scandalo della P3. Ma oltre che pregiudicato dal lato legale lo è anche da quello morale, ecco le perle:

Mangano è un eroe

Vittorio Mangano, stalliere di Arcore, pluriomicida boss di Cosa Nostra.

Mussolini ha perso la guerra perché era troppo buono. Non era affatto un dittatore spietato e sanguinario come poteva essere Stalin”

E secondo lui i libri di storia sono “ancora oggi condizionati dalla retorica della Resistenza”

In un’intervista a Beatrice Borromeo del Fatto Quotidiano il senatore dichiara candidamente “Io sono politico per legittima difesa. A me delle politica non frega niente. Mi difendo con la politica, sono costretto. Mi candidai nel 1996 per proteggermi. Infatti subito dopo mi arrivò il mandato di arresto“. E alla successiva domanda: “Perchè non si difende solo fuori dal Parlamento?”, la risposta è stata: “Mi difendo anche fuori, ma non sono mica cretino. Quelli mi arrestano“.

 Con questo schifo d’uomo, Berlusconi  cosa ci fa? Ovvio! Ci fonda un partito (visto che soci in affari lo erano già).

 E’ il ’94 quando B. scende in campo e lo fa con un partito che è stato creato da un mafioso pluridagato.

 E’ chiaro. Chi ben comincia è già a metà dell’opera.

 E infatti Berlusconi, nel 2001, dopo il lungo bagno nel Parfum di mafia, sale al Governo. E la mafia, tanto gli è cara,  la porta anche lì.

 Nella prima esperienza di governo con Forza Italia, seppur molto breve, Berlusconi riuscì a tentare (fortunatamente non riuscirà a farlo approvare) la presentazione di un ddl, preso dall’anticostituzionale decreto Biondi, per accattivarsi la mafia rendendo più lunghe e difficili le modalità per l’attuazione della custodia cautelare riguardo l’articolo 416-bis.

 Questo primo tentativo fallisce, ma era solo una prova tecnica. Saltando (gli altrettanto disastrosi) anni successivi, andiamo a vedere in che modo il secondo governo Berlusconi ha aiutato la mafia nei suoi 5 anni di Governo.

 Abbandonino la lettura le persone sensibili. Si mandino a letto i bambini. Arriva il Silvio mafioso.

 Il 13 maggio 2001 la Casa delle Libertà, con Forza Italia, Lega Nord e An, stravince le elezioni e per presentarsi subito bene, candida ai seggi sicuri tutte persone di alta levatura morale e culturale. Quasi tutti indagati e\o condannati: oltre agli scontati Berlusconi, Previti, Dell’Utri (si, il mafioso di prima), La Malfa, Berruti, Firrarello e Sgarbi arrivano anche delle interessantissime new entry: Brancher, Cantoni, Romani e Comincioli. A segnalare l’anomalia italiana non ci sono quotidiani nazionali ma deve arrivare “El Mundo” a precisare che, sotto una mega foto di Dell’Utri e Previti sorridenti, “nel nuovo Parlamento italiano ci sono 23 membri condannati e 11 indagati” e che “fanno parte tutti del gruppo Berlusconi, tranne uno che è dell’Ulivo”. La realtà, difatti, è ancora peggiore. Travaglio riesce a calcolare ben 90 tra condannati, imputati e indagati. Mai, in Italia, era successo che il Parlamento fosse divenuto una mega-carcere, con auto blu e arazzi d’autore.

 Mentre, appena insediato il nuovo Governo, il neo-ministro alle Infrastrutture Pietro Lunardi dichiara che “mafia e camorra ci sono sempre state, purtroppo, e quindi dovremo convivere con questa realtà” , il Governo vede bene di iniziare subito ad attuare il famoso papello di Totò Riina, che al punto numero 2 recita: “Annullamento del decreto legge 41 bis”. I berlusconiani, per attuare la norma, inventano la dissociazione dolce. Ovvero ai boss, per evitare il 41 bis e l’ergastolo, ora basterà prendere genericamente le distanze da Cosa Nostra e a “costo zero” otterranno i benefici carcerari e gli sconti della pena.

 Un altro progetto ad mafiam del Governo Berlusconi lo scopre Repubblica il 5 aprile 2002. E’ un progetto di riforma della Giustizia con cui, spiega il pm Antonio Ingroia: “i boss potranno ottenere la revisione dei processi, accusando di parzialità i loro giudici. Se queste leggi fossero state in vigore quindici anni fa, i capimafia avrebbero potuto ricusare anche Falcone e Borsellino”.

 Il 12 luglio 2002 Leoluca Bagarella, mentre la Corte d’assise di Trapani sta giudicando una quarantina di mafiosi, legge una dichiarazione spontanea a nome anche degli altri detenuti. Il proclama in stile Br, dove si parla del 41 bis, è un avvertimento al Governo che non sta rispettando “le promesse” e ha trattato come “merce di scambio” i mafiosi. Il 19 dicembre 2002 il Governo sembra attuare un’importante riforma. Trasforma il 41 bis (il carcere restrittivo) da provvedimento straordinario a misura stabile dell’ordinamento penitenziario. Due giorni dopo Berlusconi si scusa per la legge che risponde a “una filosofia illiberale”.  Però di fatto la legge, tanto lodata dal Governo, sortisce l’effetto diametralmente opposto a quello dichiarato: grazie a delle difficoltà interpretative, nel 2004 su 638 detenuti sottoposti al 41 bis, ben 72 se ne ferano già liberati.

 Il secondo Governo Berlusconi conclude i 5 anni con una lodevole prova. Dopo la fallita amnistia del 16 gennaio 2003 a firma di Nino Mormino,avvocato di diversi mafiosi e indagato per concorso esterno in associazione mafiosa, poi prescritto, il Governo ci riprova. Ma, grazie alle barricate di An e Lega, l’emendamento naufraga alla Camera. Il 12 gennaio 2006 la Cdl ci prova ancora, instancabile, ma fallisce anche questo tentativo. Non sono riusciti ad aiutare gli amici picciotti, però sono riusciti a dare un segnale forte alla mafia. Un segnale di collaborazione e aiuto. Un segnale di complicità.

 Siamo nel terzo Governo Berlusconi, e finora, il Governo è riuscito a fare altri due bei regali alla mafia.

 Alla fine del 2009 viene approvata una norma contenuta nella legge finanziaria per il 2010 che consente di vendere all’asta ai tremila immobili confiscati alla mafia. Questi immobili non possono essere usati per “finalità di pubblico interesse”, per cui, nei territori occupati militarmente dai clan, nessuno cittadino oserà comprare gli immobili e i clan potranno riaffermare la loro onnipotenza ricomprandoli facilmente attraverso semplici prestanome. Un altro tentativo di regalo alla mafia (e anche a se stessi, visti gli svariati indagati per mafia, compreso lo stesso B.) lo scopre sempre Repubblica il 2 febbraio 2010: il ddl Valentino. Il ddl Valentino, distruggerebbe il principio-cardine dei processi di mafia, “la convergenza del molteplice”. Ovvero il valore probatorio delle dichiarazioni di un pentito con quelle di altri pentiti. Attraverso subdoli giochetti di codicillo Valentino annulla il valore di prova alle dichiarazioni di pentiti con “riscontri obiettivi” aggiungendoci “solo” in presenza di “specifici riscontri interni”.

 Per ora, il ddl è stato abbandonato. Ma state pur certi che, se Berlusconi dovesse ritrovarsi sotto processo per mafia, si ripresenterebbe puntuale come un orologio svizzero. O come una bomba a orologeria.

 Mai , in Italia, era successo che un uomo divenisse Presidente del Consiglio pur avendo a carico oltre ai numerosi processi per corruzione, corruzione giudiziaria, corruzione in atti giudiziari, falsa testimonianza, finanziamento illecito ai partiti, appropriazione indebita e frode fiscale anche quelli per concorso esterno in associazione mafiosa, riciclaggio di denaro sporco e concorso in strage.

 Se lo sapessero Falcone e Borsellino si rivolterebbero nella tomba. Ma loro sono morti. Amen.





IL GRANDE FARABUTTO di Alessandro Bolognesi

17 10 2010

Navigando nel web, rimasto ormai l’ unico baluardo dell’ informazione per noi italiani, qualche giorno fa mi imbattei, per caso, nella presentazione del 11° Grande Fratello; quest’ anno nel più grande terrario d’ Italia, insieme ad animaletti di diverse specie, avremo la “fortuna” di poter vedere il figlio di un camorrista in cattività.

Il voyerismo del popolino da undici stagioni viene soddisfatto da questa gabbia, da questa sorta di “eco-balla”  che,  invece di essere specchio della società in continuo cambiamento,  crea mode e miti da emulare,  spesso sfruttando giovani ragazzi e ragazze accecati dalla sete di successo e popolarità, prendendoli e buttandoli in un piccolo recinto, una sorta di “agility-man”, un percorso pieno di ostacoli creati ad hoc  da un’entità a metà fra l’ enigmista ed un addestratore di cani della peggior specie. In questi anni il pubblico guardone ha gioito e si è disperato, ha amato ed odiato, ha pianto e festeggiato i vari concorrenti delle dieci edizioni che hanno riempito i palinsesti della rete ammiraglia del Biscione, prima come concorrenti , poi riciclati in ogni genere di cassonetto mediatico, dalle televendite ai talk-shows.

Così quest’ anno, insieme a fornai abbandonati dal padre, ragazze sempre più formose e meno vestite, sedicenti latin-lovers, presunti ricconi, fighetti e sfigati, è l’ora del figlio del camorrista che vuole riscattare se stesso. E’ così che in questo strano scenario storico-politico in cui siamo governati da un plurindagato capo di un governo di altri indagati, che in un paese alla deriva pensano solamente a salvare le proprie poltrone ed il relativo deretano incollatogli sopra, si vuol umanizzare anche la figura del mafioso, raccontato dagli occhi di un figlio, che non si sa chi e cosa voglia riscattare: se stesso, o il proprio padre.

In questi giorni in cui il premier è indagato con il figlio, insieme ad altri dirigenti Mediaset, per frode e reati tributari ( avrebbero nascosto al fisco 10 milioni di euro); questa  stessa azienda, guidata da Piersilvio, ci presenterà il dramma del figlio di un camorrista morto di malattia in carcere.

Così nel paese dei contrari, il nostro cuore pieno di sentimenti preconfezionati propinatici dalla scatola animata, ci dirà di seguire, chi più chi meno, la storia di questo giovane, magari ascolteremo le storie di un bambino sereno, magari sorrideremo, del padre che gli mette il cerotto, magari piangeremo quando raccontandone la morte lui piangerà, magari impareremo senza accorgercene, che anche i mafiosi piangono, che anche loro sono persone, che anche loro hanno una famiglia, magari dimenticheremo i dolori di altre famiglie, invece colpite dalla camorra, magari riusciranno a farci vedere davvero con altri occhi la legalità, l’ impunità, magari ci faranno addirittura amare il malaffare; ma non quello dei piccoli spacciatori, dei ladruncoli, ma il grande malaffare, quello dei milioni, quello  delle ecomafie, dei grandi riciclatori del mattone, degli appalti, quello insomma che ha oggettivamente governato il paese negli ultimi 20 anni.

Il Grande Fratello sta per cominciare, e milioni di italiani saranno incollati, come da undici anni a questa parte, ad osservare topi da laboratorio, da sempre ignari però, di essere le vere cavie.





DISAGI di Patrizia Mazzeo

17 10 2010

 

“«Gli uomini non hanno più tempo per conoscere nulla. Comprano dai mercanti le cose già fatte. Ma siccome non esistono mercanti di amici, gli uomini non hanno più amici. Se tu vuoi un amico, addomesticami! » disse la Volpe.
«Che cosa vuol dire addomesticare?» disse il Piccolo Principe. «È una cosa molto dimenticata.
Vuol dire ‘creare dei legami’…».

(tratto da Le petit prince di Saint Exupery)

Da queste affascinanti parole pare evidente riconoscere quanto sia maledettamente umana l’inclinazione ad intrecciare relazioni d’amore con l’altro da sé: è proprio dell’uomo il bisogno, quasi l’esigenza atavica di appartenere e  di dipendere.

Dipendere significa avere bisogno di qualcuno o qualcosa per soddisfare una propria esigenza vitale, sia essa di natura organica e/o psicologia.


 

Non credo esista una sola caratterizzazione di cosa sia la dipendenza, ma piuttosto esiste una totalità enorme di idee e significati. Il senso di libertà e di verità, che si nasconde dietro chi professa con certezza dei concetti, coprono un condizionamento così potente da renderli paradossalmente dipendenti. Già, dipendenti dalla sicurezza, dipendenti dall’idea…che è chiaro impedisce il mettersi in gioco.
La dipendenza fa riferimento ad una altra peculiarità meramente umana: la sua natura relazionale. La stessa natura dell’io è relazionale. La crescita psichica di ciascun individuo richiede l’alimento psichico degli altri. Ma per diventare adulti capaci di sostare nel dubbio bisogna correre rischi, compiere scelte, assumersi responsabilità, bisogna sganciarsi dallo spazio dell’illusione allucinatoria ed entrare nello spazio simbolico del lutto, tollerando il tempo della separazione.
Quello del principio di realtà è una dolorosa digestione ma l’unica che consente l’accesso al pensiero creativo.
L’unico modo per entrare in contatto con l’altro è accettarlo come separato.
È una dolorosa consapevolezza quella di essere soli e ‘perennemente richiedenti’, ma per l’esercizio dell’indipendenza, l’esperienza del vuoto è una tappa fondamentale. L’indipendenza e l’ autonomia si conquistano soltanto riuscendo a tollerare l’assenza e il vuoto.
Il soggetto dipendente non è equipaggiato a tutto questo, non ha familiarizzato con l’altro da sè. L’essere dipendente è mancante…ed è alla ricerca della completezza, dell’unità, tenta di entrare per sempre nello spazio dell’ altro.
Cosa rende sana e cosa rende patologica la dipendenza affettiva?
Sane sono forse le dipendenze che accrescono le capacità del singolo, che aiutano l’io a crescere, rendendolo capace di sostare nel dubbio e nell’incertezza. Patologiche sono le dipendenze che viceversa diminuiscono o annullano il potere dell’io su se stesso, compromettendo gravemente la qualità della vita; il soggetto è il più delle volte incapace di assumersi responsabilità per sé stesso, vivendo una sorta di conformismo privo di rischi (i rischi connessi al cambiamento, che il più delle volte sono molto meno dannosi dei rischi che molte donne corrono trascinando relazioni di dipendenza amorosa con partner violenti).

Ansia, depressione, attacchi di panico, tossicomanie, disturbi del comportamento alimentare, dipendenze affettive, sessuali, shopping compulsivo, net gaming…ecco le malattie della modernità attraverso cui si manifesta il disagio della nostra civiltà. Nell’epoca contemporanea le manifestazioni sintomatiche hanno smesso di veicolare la corrente inconscia del desiderio, i nuovi sintomi non sono più la metafora di un significato rimosso, ma rappresentano la costruzione di persone-personaggi incapaci di intessere relazioni nutrienti e produttive con l’altro da sé.

A questa predisposizione della post-modernità si aggiungono una molteplicità di aspetti che hanno in sé le problematiche il cui centro sintomatico ruota intorno alla dipendenza; c’è una commistione tra aspetti costituzionali innati, aspetti psichici, aspetti più legati alle ingiunzioni sociali, e ancora ai condizionamenti ed alle influenze delle figure primarie…ogni individuo è il risultato di innumerevoli mediazioni.

Ogni individuo è unico ma è un’unicità che si raggiunge con un’opera al nero su se stessi che prima o poi arriva per tutti. Se si cerca di scansarla non si puo’ dire di vivere con consapevolezza, non si puo’ dire di essere davvero ‘svegli’.