“Un sinni pò cchiù ra munnizza”

16 11 2010

a cura di FRANCESCO PARRINO (Palermo)

 

L’emergenza rifiuti purtroppo non smette di mietere vittime, la situazione risale addirittura al marzo dello scorso anno dove la discarica di Bellolampo ha raggiunto l’apice della sopportazione con la quarta vasca di contenimento ormai del tutto inutilizzabile

Al sindaco di Palermo, Cammarata, vengono contestate ipotesi di reato che vanno dal disastro doloso all’inquinamento delle acque e del sottosuolo, dalla truffa alla gestione abusiva della discarica, fino all’abbandono dei rifiuti speciali. Secondo l’accusa, infatti, Cammarata avrebbe impartito gli ordini su come gestire l’ex municipalizzata e anche la discarica, in tal merito si pronunciò anche il dipietrista Leoluca Orlando (peraltro ex sindaco di Palermo) chiedendo al Governo d’intervenire sulla faccenda, cosa che in realtà non è mai avvenuta visto che in città l’unica cosa di una certa rilevanza sul piano nazionale oltre all’enorme accumulo d’immondizia è stato l’arrivo del Papa (con quali soldi s’è pagato questo lieto evento poi è un vero e proprio mistero) ma per il resto molta poca roba.
Considerate che oltre all’avviso di garanzia notificato a Cammarata c’è da aggiungere lo sciopero dei lavoratori dell’Amia a causa sia dei mancati pagamenti (praticamente hanno lavorato gratis per quasi 3 mesi e il contratto collettivo non viene rinnovato dal 1999) sia soprattutto come segno di protesta nei confronti dell’amministrazione cittadina la quale invece di risolvere il problema come si dovrebbe fare all’interno di una società civile e soprattutto in una condizione al limite dell’oblio ha risposto così allo sciopero: “L’astensione dal lavoro dei dipendenti AMIA in questo momento così difficile e delicato è il segnale di una grave mancanza di responsabilità e di rispetto innanzitutto per i cittadini di Palermo ma anche per quanti si stanno adoperando per cercare di trovare gli strumenti finanziari che consentano all’azienda di rimettere in pari il conto economico”.

 

Non intendo consentire – conclude Cammarata – che la città venga sommersa dai rifiuti, né accettare a cuor leggero che una azione di protesta francamente rinviabile blocchi di fatto in maniera così pesante il servizio di raccolta. In questi giorni l’amministrazione si è adoperata per porre le basi di un rilancio dell’attività dell’azienda. Con questo atteggiamento i lavoratori e i sindacati non ci aiutano di certo”, ( buco che per chi non lo sapesse è di 150 milioni di euro, ndr). Queste ultime parole risalgono al Maggio del 2009, a distanza di un anno s’è parlato di aiuti da parte di imprese estere come la Ryanair con cui s’è giunti alla possibilità d’affittare dei Compattatori visto che quelli di Bellolampo sono andati e la situazione sembrava essersi risolta o quantomeno fosse sulla via della risoluzione, ma a tutto questo bisogna aggiungere come sia stato posto una sorta di veto da parte dell’opinione pubblica. Il sottoscritto per esempio ha visto le prime immagini in tv dell’immondizia di Palermo sapete dove? Al Crozza Alive dove mi ha colpito una frase di Crozza il quale disse: “l’immondizia di Napoli fa audience, quella di Palermo no” ed effettivamente se avete visto i vari telegiornali, s’è parlato poco, anzi, non s’è parlato affatto di questa emergenza rifiuti, al punto che una serie di fattori come la totale indifferenza generale e una situazione decisamente delicata hanno comportato atti di vandalismo al limite della rivoluzione civile.

 

Da quasi un anno infatti vengono bruciati cassonetti, la gente s’è stancata di dover camminare per strada con il rischio di beccarsi malattie dai topi o insetti di vario genere, poi una totale fase di stallo visto che si proseguiva con una sorta di falsa raccolta differenziata, vi chiederete ma perchè falsa? Perchè troviamo 3 campane che venivano sì svuotate ma tutte nello stesso inceneritore e trasportate nello stesso tritarifiuti quindi alla fine era soltanto una raccolta differenziata in apparenza, giusto per far credere d’avere a cuore il riciclaggio dei rifiuti finchè qualche mese fa, Palermo s’è adeguata al resto d’Italia ( e direi anche meno male visto che sotto questo profilo eravamo all’età della pietra).

 

 

Per risolvere il problema, anzi, l’emergenza rifiuti, l’Amia assieme a un’altra impresa, l’Unieco, ha sviluppato un nuovo sistema con vari filtri, organico, indifferenziato, carta vetro e plastica tenendo presente che anche il minimo errore comporta una multa salatissima a tutto il condominio. Immaginate dei cittadini che per quasi 30 anni ammassavano i rifiuti in un sacchetto e poi li buttavano nel cassonetto vicino casa, e adesso di punto in bianco devono separarli in vari sacchetti in base alla natura del rifiuto, dopo i primi periodi di smarrimento generale fortunatamente i cittadini hanno iniziato a capire l’importanza di questo gesto, purtroppo però è successo un imprevisto: nelle ultime settimane la raccolta differenziata è andata a rilento soprattutto nelle zone più povere della città dove l’immondizia è andata ad accumularsi sempre di più, vi sono quartieri, come Partanna, Mondello e Bonagia, dove da oltre dieci giorni non viene effettuata la raccolta a causa delle continue difficoltà dell’azienda comunale Amia che non riesce a risollevarsi dal deficit benchè il Comune nell’ultimo anno abbia aumentato del 175% la Tarsu, oggi tra le più alte d’Italia, tassa che peraltro in alcune zone è più alta e in altre più bassa ma ciò non toglie che i cittadini palermitani spendano una cifra spaventosa per un servizio che neanche funziona.

 

L’aumento del 175% è un disperato tentativo di cercare di ripianare l’enorme debito oltre che cercare di ottenere quei fondi necessari per riparare l’inceneritore di Bellolampo che s’è nuovamente danneggiato, nel frattempo è stato ordinato il pezzo di ricambio e considerando come vanno le cose in Italia ci vorrà un bel pò di tempo prima che arrivi, che venga installato e che tutto torni quantomeno in una condizione civile. Ieri è sceso in campo il sindaco Diego Cammarata che ha chiesto ai vigili urbani di vigilare sul rispetto da parte della cittadinanza della fascia oraria nella quale è consentito buttare l´immondizia, cioè dalle 18 alle 22. Un modo, spiega in una nota il primo cittadino, «di ridurre i disagi di questi giorni». Cammarata ha anche chiesto all´Amia una relazione «per conoscere quali siano i provvedimenti che l´azienda sta mettendo in atto per riportare la raccolta dei rifiuti a una situazione di normalità e quali provvedimenti l´Amia intenda adottare per evitare che analoghe agitazioni possano determinare ulteriori disagi».

 

Anche in questi giorni la città si sta risvegliando sommersa dai rifiuti: cumuli di spazzatura nelle vie Sammartino, De Spuches, La Lumia, Ammiraglio Rizzo e nei quartieri periferici, da Bonagia a Borgo Nuovo.

Alcune notti fa sono andati di nuovo in fiamme decine di cassonetti: i vigili del fuoco sono intervenuti in via Mongitore, via Puglisi, via D´Ossuna, via Benedettini, via Bronte, via Bennici, via Montesanto, via Albiri e nei pressi di Villa Bonanno. L’Amia prosegue la raccolta ordinaria e ha messo al lavoro anche i mezzi con pale meccaniche denominati Mammutt in grado di tritare 100 tonnellate di rifiuti al giorno, soluzione drastica per rimuovere i cumuli di spazzatura che hanno invaso soprattutto le periferie. Fino alle 5:30 della mattina di giovedì 11 novembre sono divampati roghi in viale Regione Siciliana e nella zona di Corso dei Mille.

 

La situazione è critica, le soluzioni sono poche e se si continua in questo modo c’è il serio rischio che la situazione possa degenerare in una guerriglia proprio come quella di Terzigno, mi auguro che al più presto l’Amia e l’amministrazione Cammarata riescano a risolvere questa situazione sempre più delicata.

 

 

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La vergogna di essere disoccupato

16 11 2010

(un 55enne diventa 20enne per finta, o per realtà) 

Ho quasi vent’anni e non saprei dire se sono triste o arrabbiato.
Nell’estate 2009 ho fatto la maturità, temuta e sudata, e il risultato è stato un bel 98/100; decido di non iscrivermi all’università, per problemi economici e perchè non sono sicuro di avere ancora voglia di studiare.
A settembre comincio fiducioso a spedire curricula a destra e manca, poi in modo piu’ selettivo e  nel frattempo qualche lavoretto da 200/250 euro al mese al nero.
Siamo a inizio Novembre 2010, è trascorso oltre un anno dalla maturità, ho perso il conto di quanti curricula ho inviato, di quante telefonate ho fatto, di quanti colloqui ho sostenuto. Nessuno sembra aver bisogno di un ragazzo giovane, intelligente, volenteroso, e anche carino.
I giorni che passano sono sempre piu’ vuoti, e intanto i sensi di colpa verso i miei genitori si moltiplicano, perché la situazione economica non è certo delle migliori e uno stipendio in piu’ farebbe parecchio comodo. Passare le giornate senza un obiettivo, senza un compito, senza un ruolo è molto peggio di quello che si può pensare, e dopo un po’ è facile che la stima di se stessi cada a picco, come sta succedendo a me. Io che pensavo di rendermi indipendente in fretta, mi trovo a pensare di essere un peso per i miei genitori.
Mi vergogno di essere disoccupato, ma forse chi dovrebbe vergognarsi è anche questo Paese che non riesce a dare certezze a me e ai miei coetanei, che viviamo con la paura del futuro e con una crescente sfiducia e disillusione. La mia generazione non è composta solo di ragazzotti viziati e dediti agli eccessi, ci sono anche quelli come me, che non vedono l’ora di rimboccarsi le maniche.
Raffaele Digregorio





Mettiamo l’Italia al lavoro

16 11 2010

a cura di Antonio Cabitza

Ha suscitato un’eco mondiale il crollo della Domus dei Gladiatori a Pompei. In contemporanea assistiamo al crollo, con infamia e senza lode, della “Casa delle Libertà” che fa da pilastro al governo nazionale.

Una vergogna per l’Italia ha dichiarato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Una vergogna per tutti noi anche le performances porno-politiche del premier incaricato a tutelare il bene pubblico , off border, che hanno suscitato ilarità e ribrezzo in tutte le latitudini. D’altronde è un classico quello di abbandonarsi ai sollazzi quando s’intravede la fine imminente del proprio regno.

Gli ultimi giorni di Pompeo Silvio.

 

Questi segni tragici ci danno la misura della gravità dei problemi che abbiamo accumulato dopo decenni di incuria, sottovalutazione, tagli indiscriminati ed incompetenza, specialmente l’incompetenza.

Il degrado del nostro patrimonio largamente inteso,  va’ di pari passo con il declino morale ed il disfacimento dell’etica della classe dirigente. Che non solo posiziona nei posti di comando degli incapaci purchè fedeli al sovrano ma recita costantemente un mantra che ripete: siamo bravi e migliori degli altri. Fino al punto di auto-convincersi che non ci sia bisogno di alcun intervento in tutti i settori nevralgici e strategici per la nostra stessa esistenza e ragione d’essere.

 

La realtà è ben diversa. Il governo del “fare finta di niente” ha ridotto questo nostro paese allo sfascio. Se buttiamo il nostro sguardo dopo i beni archeologici, a musei, scuole, ospedali, strade, ponti, beni ambientali,  ciclo dei rifiuti, ricostruzioni di intere città devastate da terremoti o sommerse da alluvioni ricorrenti constatiamo che è tutto precario, pericolante, raffazzonato, provvisorio, incompleto, abbandonato, manomesso e devastato.

Più passa il tempo e più cade in desuetudine ciò che abbiamo costruito negli anni del boom economico e si sfarina quel lascito delle civiltà e dell’arte che hanno popolato la nostra penisola.

 

Ma quello che stupisce e lascia senza parole è constatare che abbiamo un esercito di disoccupati, il 30% dei giovani in cerca di un primo impiego, tantissimi precari e lavoratori a tempo parziale o cassaintegrati. Gli inattivi, insieme a pensionati e pre-pensionati, costituiscono oltre il 65% della popolazione.

Siamo un paese fermo, senza guida ed incapace di prendere decisioni. Forse veramente restiamo in attesa dei miracoli? Di una nuova separazione delle acque, nel  mare Mediterraneo? O dei supermen della protezione civile? O, piuttosto, siamo vittime di incantatori e furbastri che promettono la moltiplicazione dei pani e dei pesci da sempre senza riuscirci.

A fronte di bisogni immensi, di impellenti cure e restauri  grandiosi, di urgenti esigenze per l’ammodernamento delle infrastrutture, c’è un esercito di braccia e di cervelli senza forze ed idee, parcheggiato ed allo sbando.

Un popolo che non viene assolutamente interpellato ed incoraggiato a rispondere dei destini delle proprie famiglie e delle proprie comunità.

Si dirà, da destra o da sinistra, che non ci sono i soldi. Che abbiamo un debito pubblico enorme. Che tutti gli sforzi vengono  vanificati dalla burocrazia e che le risorse sono divorate da una malavita ed una politica criminale che controlla intere regioni.

E’ tutto vero. Ed è da qui che deve partire la rivoluzione italiana, il nostro New Deal. Dobbiamo buttare il cuore oltre l’ostacolo.

Dobbiamo mettere l’Italia a Lavoro.

Per fare questo facciamo appello a tutte le nostre risorse creative e di laboriosità. Dobbiamo scovare i fondi che si nascondono nelle piaghe/pieghe del nostro decrepito sistema. Accogliere gli aiuti che provengono da popoli qui presenti e troppo a lungo discriminati che chiedono solo di formare le loro famiglie, di pregare il loro dio e di osservare le loro tradizioni.

Le risorse di cui disponiamo sono ingenti. Passano dai 120 miliardi di evasione fiscale  e dai 60 miliardi di euro che fattura il lavoro nero. Risorse rapinate agli onesti ed ai disoccupati, in regime di concorrenza sleale, in conflitto d’interessi. Sottratti ai precari e da quelli costretti alla cassa integrazione o al prepensionamento. Succhiati agli schiavi del lavoro nero e dai delusi per la ricerca vana di un impiego.

 

Ma se le misure di recupero delle tasse e dei contributi evasi tardassero ad arrivare non si può stare fermi in attesa di chissà quali eventi.

Per creare i milioni di posti di lavoro che servono, occorre chiamare a contribuire i benestanti in modo forte e determinato. Se loro stessi vogliono vivere in un paese moderno, efficiente e possibilmente con redditi dignitosi, non hanno altre strade davanti.

Dovrà essere lanciata una particolare sottoscrizione di un Buono della Rinascita Italiana che rimetta in sicurezza le finanze statali e offra il carburante alla ricostruzione del paese.

Senza più il fardello del debito ed il richiamo continuo della UE a contenere la spesa pubblica, potremo finalmente dare spazio ai progetti di innovazione e di risanamento del patrimonio artistico e archeologico.

Le risorse ambientali ed artistiche sono quelle che la natura e la storia ci hanno trasmesso  in modo cospicuo. Questo patrimonio, unico al mondo, deve costituire un’opportunità in grado di ripagare gli insuccessi e le disavventure di un frammentato e parcellizzato settore manifatturiero che specula e si orienta verso i paesi a basso costo.

L’unica “industria” che non può delocalizzare è Pompei, gli Uffizi, il Colosseo, i musei Vaticani, Venezia e tutte le altre città d’arte.

Sono il nostro oro, di un valore superiore al fatturato di Fiat ed Enel  messe insieme.

Questa sottoscrizione di fondi deve essere elargita generosamente e, possibilmente, a fondo perduto, dai ceti che si sono arricchiti illegalmente ma anche da tutti coloro che credono nel futuro del nostro paese e non si rassegnano al declino.

Siamo arrivati ormai ad un punto di non ritorno perché se non attiviamo in tempo uno sforzo collettivo, mettendo mano al portafoglio ed attingendo alle ricchezze occulte nazionali, uno sforzo straordinario che assomigli ad una Gara per la Vita del Nostro Paese, ne usciremmo disintegrati e schiacciati dalle nostre responsabilità.

Per un popolo che ha dato le fedi nuziali ai sogni di gloria effimera del fascismo, beh questa è una più nobile e più urgente causa. Altro che l’oro alla Patria e per le stragi coloniali. Sarà una necessaria scommessa per offrire una nuova opportunità all’Italia onesta.

Vorrei, pertanto, raccomandare caldamente i vari leaders che si offrono per cambiare le attuali anguste sorti  italiane, di basare su queste proposte i loro programmi.

Se i vari Bersani, Vendola e Fini oltre che Di Pietro ed i sindacati tutti, Confindustria, artigiani e commercianti non ragionano e si convincono di queste urgenze, ci penserà la storia a stabilire chi ha sbagliato e chi no. Chi doveva agire e non lo ha fatto.

 

Perciò: Mettiamo al lavoro l’Italia.

 





Siamo ad un bivio

16 11 2010

a cura di Pietro Sergi

 

Siamo ad un bivio importantissimo per la nostra storia.

 

E’ vero, Fini poteva svegliarsi ed accorgersi prima di cosa stesse combinando il suo coinquilino del pdm – leggasi partito dell’amore. Però io sono convinto che sia opportuno smettere per un attimo di fare considerazioni ovvie e salutare con ritrovata fiducia questo nuovo corso che si va avviando.

Credo, inoltre, che l’opposizione debba approfittarne, se davvero ha a cuore le sorti dell’Italia.

Ne approfitti; perché i margini per risanare l’economia ci sono. Basterà soltanto l’annuncio di un Ministro del Tesoro con gli attributi per far sì che le entrate fiscali aumentino. Basta varare una buona legge contro la corruzione, piaga che abbiamo visto crescere oltre il 200% negli ultimi due anni, per iniziare a rimpinguare le nostre casse. Bisogna cercare di varare, in tempi brevi, la riforma fiscale, visto che la proposta c’è e va nella direzione giusta.

Il PDL è in disfacimento, e avranno difficoltà a sradicare dal loro elettorato la piaga del berlusconismo e dei delusi che aumentano di giorno in giorno. Non riusciranno a ricreare le condizioni necessarie per vincere di nuovo, perché le ferite sanguinano ancora e non sono ferite che si potranno sanare in tempi brevi. Bisogna affondare in contropiede, portandosi dietro le proposte di cambiamento vero e cercare di arrivare fino in fondo, portandole all’approvazione.

Siamo davvero ad uno snodo importantissimo della nostra storia. Sta crollando il plastico dell’edificio che era stato costruito sulle macerie di Tangentopoli, insieme al plastico del ponte sullo Stretto. Sperando che insieme a loro crollino anche i plastici che ogni tanto fanno capolino nello studio di Bruno Vespa.  Non è il momento di incentivi sulla rottamazione, ma è il momento di rimboccarci le maniche e proporre idee e proposte efficaci; è il momento di dimostrare davvero la differenza tra il PD – SEL e altre forze di SX, rispetto a ciò che rimarrà del PDL, aspettando di vedere cosa diverrà il FLI di Fini.

Non servono ideologie spinte, ma tanto buon senso e tanta logica. Servirà fare una lista di storture da aggiustare, una lista di Istituzioni da riportare alla loro naturale funzione.

La scuola, la Giustizia, il lavoro e il precariato dovranno essere al centro dell’azione di Governo del centro-sinistra. Non perderei tempo con Governi tecnici e proverei a vincere per poi cambiare la legge elettorale. Se il governo tecnico dovesse inciampare in misure impopolari, seppure necessarie, potrebbe rimettere in gioco il PDL (che, nel frattempo, si chiamerà in altro modo…), che lo vivrà come un ribaltone e metterà in campo tutto il suo potenziale economico e mediatico per risollevarsi in attesa delle elezioni. Bisogna andare a votare. E’ inutile e dannoso per tutti noi perdere tempo.

Spero che Vendola sia pronto, a prescindere dal risultato delle primarie, perché lo vedrei bene come Ministro della Cultura o del Welfare. Se poi vince le primarie, voteremo Vendola candidato Premier. Tutti devono essere pronti. Sarebbe imperdonabile perdersi in dispute sciocche, mentre la nave affonda e va salvata.

 





Famosi e non famosi, quale diritto alla salute ?

16 11 2010

a cura di Loredana Reina

Anche questa settimana ci occupiamo della storia di Giorgio Pagano, il ragazzo malato di distrofia muscolare entrato ormai nel cuore di tutti noi.

Giorgio ha saputo conquistarci con la sua simpatia, la sua forza di volontà che gli permette di andare avanti e trovare ogni giorno le motivazioni per non arrendersi. E sì che ne avrebbe di motivi per abbattersi… Non bastasse la malattia, Giorgio continua la sua battaglia contro le istituzioni, contro chi non gli garantisce quello che è un diritto fondamentale nella vita di un malato, il DIRITTO ALLE CURE E ALL’ ASSISTENZA. In uno Stato che si definisce civile, non ci sarebbe nemmeno il bisogno di lottare per vedere riconosciuti i propri diritti.

Proprio per questo, lo scorso martedì 9 novembre Giorgio è stato a Roma, in Piazza Montecitorio, per protestare e chiedere a chi di dovere di ascoltare la sua storia. Giorgio ha avuto modo di parlare con Ignazio La Russa, Ministro della Difesa che gli ha garantito che si occuperà della vicenda…. Speriamo non si tratti del classico “le faremo sapere”, ma che alle parole seguano dei fatti concreti, è questo quello di cui ha bisogno. Il tempo delle belle parole, delle promesse vane è finito, ora bisogna agire.

Nelle stesse ore in cui Giorgio portava avanti la sua battaglia, sostenuto anche dal calore e dall’affetto dei molti amici trovati in rete, veniva alla ribalta un’altra richiesta di aiuto, da parte però di un insospettabile… Il richiedente è infatti Franco Califano, il famoso “Califfo”, artista molto in voga negli anni settanta e ottanta, e di recente tornato alla ribaltà, artista spesso discusso e contestato nelle sue scelte.

Califano ha fatto appello alla legge “Bacchelli”, quella che stanzia i fondi necessari per aiutare artisti caduti in difficoltà economiche e che non riescono più a provvedere dignitosamente alla propria vita. Questa legge prevede anche un tetto massimo di pensione di 24mila euro… L’ok per avviare l’iter è stato dato da Sandro Bondi, Ministro già sotto accusa in questi giorni per il crollo di Pompei… E subito altri artisti hanno detto che si tratta di una cosa giusta perché Califano ha dato tanto al mondo dello spettacolo, ora che è lui ad avere bisogno, è altrettanto cosa giusta mobilitarsi per lui.

E’ qui che scatta la rabbia nostra e di Giorgio… Giorgio infatti non è famoso, è un perfetto signor nessuno, e come tale sarebbe finito nella corsia del dimenticatoio dei tanti malati italiani se su Facebook non fosse scattata una gara di solidarietà che fortunatamente non si ferma.

Ma il ricorso alla legge “Bacchelli” da parte di Califano e la conseguente mobilitazione del mondo dello spettacolo e della cultura è un po’ un pugno in faccia, e pure bello forte, a chi davvero ha bisogno e non può permettersi le cure, ma soprattutto non ha un nome famoso che gli faccia da credenziale.

Giorgio vive una reale situazione di necessità, come tutti sapete, ogni giorno deve scegliere se mangiare o acquistare le medicine per lui fondamentali. Noi crediamo che il diritto all’assistenza e alle cure sia FONDAMENTALE, sia un diritto inalienabile e soprattutto DI TUTTI. Proprio per questo chiediamo che la vicenda di Giorgio venga trattata con la stessa attenzione e sensibilità da parte di chi di dovere.

Domenica 14 novembre 2010 Franco Califano è intervenuto in collegamento nella diretta di “Domenica cinque”,il programma Mediaset condotto dalla più (in)espressiva delle conduttrici,Barbara D’Urso. Califano con fare altezzoso ed arrogante,ha ribadito di non aver mai chiesto la legge “Bacchelli”. Le sue parole tuttavia non ci hanno convinto e anzi,le abbiamo viste come l’ennesimo insulto a chi davvero non ha nulla,e non può permettersi nemmeno quello stretto necessario che fa si che una vita si definisca dignitosa. È intervenuta anche Isabella Biaggini,altra starlette degli anni sessanta-settanta,per dire che una pensione di circa duemila euro,quella prevista mensilmente dalla legge Bacchelli,è una miseria,e che lei preferirebbe vivere come una barbona piuttosto che ricevere la carità… Se Giorgio e tutti gli altri malati nelle sue condizioni che davvero sanno cosa voglia dire vivere con una misera pensione di accompagnamento potessero contare su questa pensione,siamo certi darebbero altro valore a quei soldi,e certo non parlerebbero di carità. Ma si sa,la dignità è una virtù di pochi..e certo non appartiene a simili persone.

 





Quattro assi

16 11 2010

a cura di Paolo Andreozzi

(Il poker non c’entra nulla.)

Perché Berlusconi non si dimette ?

Per due ragioni, una banalissima e una appena meno scontata.

E perché i “poteri forti” non lo dimissionano, volente o nolente ?

Per altre due ragioni, una comprensibile e una inconfessabile.

 

La politica italiana, la vita stessa del Paese, sono ormai agonizzanti perché inchiodate da tempo a quattro assi in croce, intagliati nel legno da queste ragioni.

Vediamole.

 

1.

Berlusconi non si dimette, nonostante non abbia più la forza politica di governare l’Italia (di governarla “davvero” – e posto che ne abbia mai avuto la volontà da statista), banalmente perché la sua posizione di Premier è un salvacondotto giudiziario personale e, insieme, un “condono preventivo” al suo aberrante monopolio mediatico.

Finisse a breve la sua parabola di Presidente del Consiglio, Berlusconi dovrebbe infatti cominciare a rispondere alla giustizia al pari di un cittadino come gli altri (quasi come gli altri, visto che le depenalizzazioni e le prescrizioni facili se l’è già assicurate), e inoltre nessuno saprebbe garantirlo contro la possibilità che un diverso potere politico ristabilisca condizioni di libertà in campo televisivo e pubblicitario, a danno delle aziende sue e dei suoi figli.

 

2.

Berlusconi non si dimette, nonostante – se così volesse, come estremo rimedio – potrebbe scampare in un qualsiasi altrove super-dorato e finire là i propri anni tra i noti passatempo preferiti, perché non glielo permettono.

Chi è che non glielo permette ?  Ma il blocco di poteri che lo sostiene dalla “discesa in campo” !

Il quale blocco – economico, finanziario, politico – non può concedersi il lusso di far a meno di un front-man che ha saputo indurre il gusto del pubblico in una certa direzione e intercettarlo finora così straordinariamente bene, e che al riparo di questa lunghissima “luna di miele” tra Berlusconi e la “pancia” del Paese ha fatto affari in misura stratosferica.

Se Berlusconi e la sua corte traslocassero ad Antigua – per dirne una – chi suonerebbe il piffero nelle orecchie degli italiani ?  C’è il rischio che si sveglino dall’incantesimo e che la festa finisca (la festa degli affaristi soltanto, ovviamente).

Quindi lui resta dov’è, pure fosse controvoglia, e per il disturbo gli fanno fare un po’ quel che vuole con chi gli pare – i megafoni dell’informazione “di palazzo” sempre pronti a trovare e diffondere mille giustificazioni per gli eccessi più gaglioffi del “capo”.

 

3.

Questa terza ragione potrebbe somigliare alla seconda (“i poteri forti non permettono a Berlusconi di andare in pensione”), e invece richiede un passaggio analitico distinto: il blocco di poteri che sostiene Berlusconi non è unito, ma scisso in due parti.

Una parte è quella “meno vorace”, o più lungimirante, che sarebbe già pronta ad agganciare le proprie strategie di interesse a uno scenario più europeo e meno populista, e far fronte alla crisi globale insieme all’intero sistema-Paese riformato (beninteso, sempre con estrema cura per i propri vantaggi economico-finanziari – e se poi anche i cittadini italiani ci guadagnano qualcosa in termini di ripresa, tanto meglio per loro).

Ma l’altra parte no: trovandosi costituita da forze più o meno rispettabili ma congenitamente non predisposte al “gioco grande” del capitale e della democrazia (ciò che invece è consolidata realtà nei grandi Paesi occidentali), essa può sopravvivere solo grazie all’arretratezza italiana sia nelle infrastrutture materiali che quanto a diffusione di senso civico.

E’ miope da far paura, come tattica, eppure è così.

Questa seconda “fazione” (la cui espressione politica è in gran parte la Lega e lo zoccolo duro di Forza Italia, e ha la consistenza sociale della piccola borghesia e dei ceti popolari “anti-politici”) vede in Berlusconi – e in lui soltanto – il proprio “campione”, e lo voterebbe sempre e comunque a dispetto di qualsiasi scandalo o “sputtanamento” tranne nel caso in cui fosse Berlusconi stesso a designare qualcun altro come proprio successore ideale.

Al contrario, la prima fazione è giusto quella che si sta allineando già da un po’ sulla traiettoria che in Parlamento va da Fini a Casini e a Rutelli e in società da Marcegaglia a Montezemolo e a De Bortoli, ma che temporeggia nel “mollare” Berlusconi perché un altro nome capace di attrarre da solo più di dieci milioni di voti a botta non si trova mica a ogni angolo di strada. (Chiedere ai ricconi americani, che per avviare la deregulation degli anni ’80 senza che l’opinione pubblica si accorgesse subito del “pacco”, hanno dovuto prendere in prestito da Hollywood Ronald Reagan !)

Quindi, su questo terzo asse, Berlusconi resti inchiodato al suo posto finché o lui stesso non “benedirà” pubblicamente l’erede al trono oppure un sondaggio non rassicurerà i poteri forti che è pronto e spendibile un altro grande seduttore, arrivato dalle file dei suoi ex-alleati o da chissà dove.

 

4.

Berlusconi non viene dimissionato perché altrimenti l’Italia diventa il Medio Oriente: nel senso che in tal caso la strategia della tensione e la stagione delle stragi di antica o più recente memoria si salderebbero insieme, e la destabilizzazione del Paese sotto ricatto sarebbe all’ordine del giorno – di nuovo e per chissà quanto.

Presupposto logico a questa quarta e ultima ragione della permanenza di Berlusconi al proprio posto – a dispetto di tutto – è che il più forte tra i poteri forti che lo sostengono dalla prima ora, sia un potere criminale.

E, più precisamente, che esso sia quello stesso potere multiforme e occulto (o i suoi “aggiornamenti”) il quale è intervenuto senza scrupoli ogni qual volta l’Italia lungo la propria storia repubblicana “ha corso il rischio” di diventare un Paese normale: per esempio dopo il ’68 studentesco e l’autunno caldo del ’69, con il golpe fallito per un pelo e con le bombe da piazza Fontana a piazza della Loggia; per esempio dopo l’avvicinamento tra la DC di Moro e il PCI di Berlinguer, col rapimento e l’esecuzione di Moro – appunto – e con le altre stragi fino alla stazione di Bologna; per esempio dopo i successi giudiziari di Milano contro tangentopoli e di Palermo contro la mafia, con la delegittimazione sistematica della magistratura e con le bombe alle città d’arte, fino alle uccisioni di Falcone e Borsellino e loro scorte.

Bene (bene, si fa per dire): dopo l’eventuale “deposizione” di Berlusconi e lo stop al predominio del potere fuorilegge che (in questa ipotesi “di scuola”) lo ha intenzionalmente “creato” a suo tempo e sorretto finora, la repubblica semplicemente verrebbe fatta precipitare nel caos più violento.

Gli antagonisti di Berlusconi – secondo tale schema: i rispettivi vertici di tutte le entità politiche, economiche, sindacali, sociali e culturali dell’Italia legale – lo sanno, e di conseguenza si guardano dall’accendere una miccia tanto distruttiva: Silvio I resti sul trono, e il popolo non intuisca che un dubbio.

Ma allora ?

E allora probabilmente sono già in corso trattative sotterranee, trattative fra i cui attori ci sono forse anche cordate di raggio internazionale (Vaticano compreso), perché quel potere a-legale autoctono ceda qualcosa in cambio di qualcos’altro; magari con la prospettiva di margini di guadagno inalterati, grazie a una ridistribuzione geopolitica globale (“Mai sprecare una bella crisi !”) che consenta un sussulto di “dignità democratica” perfino in questo nostro tassello a forma di stivale.

Se così è, la trattativa somiglia (benché su scala di poteri e interessi assai più ampia) a quella che portò alla consegna di Riina alla legge, previa sconfitta dei corleonesi e riassetto della direzione mafiosa in termini meno eclatanti e più affaristici: diciamo allora che, se è così, Berlusconi e i suoi “corleonesi” tra non molto potrebbero essere “consegnati” allo Stato senza grosse rappresaglie traumatiche solo nel caso in cui sia stato trovato un compromesso temporaneo (temporaneo di un paio dei prossimi decenni, almeno) fra tutte le diverse esigenze in campo.

Tra le quali anche quelle del popolo italiano, certo, sovrano secondo la Costituzione – e però ignaro.

 

E’ per una o più d’una tra queste ragioni che l’agenda del Paese è fissa da tanto tempo sullo stesso foglio; è con una o più d’una tra queste dinamiche, presto o tardi, che volteremo pagina.

 

Ma tutto ciò – si contesterà – fa letteralmente a pugni con l’idea stessa di libertà, di autodeterminazione.

Di diritto.

E infatti (avrei dovuto dirlo all’inizio) qui siamo nell’ora di Storia.

 

(Dove il “poker” si gioca così.)

 

post scriptum

Il potere criminale di cui al punto 4 è un potere enorme, spietato. Un potere che scrive la Storia – tanto per restare in materia.

 

Tuttavia ce n’è un altro alla sua altezza: uno soltanto.

Ed è – pensate – un potere legale, rispettoso della Costituzione e prima ancora della civile convivenza, condizione di ogni progresso. Un potere alla luce del sole e altrettanto enorme di quello nell’ombra se solo riesca a divenire consapevole di sé, coeso, efficace – e allora è in grado di cambiare la rotta di una Nazione.
Questo potere è l’opinione pubblica.

 

E qui è ad esso che si prova a dare, umilmente, un qualche impulso.

 





Le rondini continuano a volare

16 11 2010

a cura di Giuseppe Andrea Arrigo

Sarà presentato al pubblico il prossimo 21 novembre al Music Store dei Magazzini del Cotone, presso il porto antico di Genova, il nuovo disco di Massimo Di Via, “Le rondini”.

Lo showcase, che inizierà domenica 21 novembre alle 17,30 con ingresso gratuito, rientra nell’ambito della manifestazione ‘20&venti’ organizzata dallo Studio Maia per far conoscere al pubblico giovani artisti e nuove proposte musicali.

Uscito ad inizio estate e presente su internet e nei negozi del circuito genovese,  ‘Le rondini’ è album intimo e completo, un disco di ‘sostanza’,  frutto di un lavoro minuzioso di ricerca e dall’esperienza di anni tra concerti e pianobar. Undici brani inediti di forte impatto, scelti con cura tra una vasta produzione, senza un particolare filo conduttore se non quello che offre il guardare alla propria vita e soffermarsi a ricordare e riflettere …consapevoli che arrivano comunque e nonostante tutto, nel loro volo perpetuo incuranti degli uomini… le rondini.

Stimato negli ambienti musicali liguri e dai più attenti amanti della canzone d’autore, Massimo Di Via nasce musicalmente a fine anni ’70 con la band ‘Nemesi’ che avrà fama per essere scelta come gruppo di apertura nei concerti della PFM. Successivamente canta e suona con altri, tra cui la band ‘Warsavia’, ed intanto affina la vocazione a scrivere testi e musiche delle proprie canzoni. Sua infatti sarà la sigla del programma televisivo ‘Uno Mattina’ dei primi anni 2000. Interprete apprezzato di un vasto repertorio che spazia dal rock, al country, alla canzone d’autore italiana, Massimo Di Via si impone man mano come artista completo: suona da professionista quattro strumenti, ha una voce calda e avvolgente con punte da vero rocker e scrive testi mai banali o commerciali, come nella migliore tradizione della “scuola dei cantautori genovesi”.

‘Le rondini’ si ascolta così tutto d’un fiato perché i brani scorrono tutti su un livello sorprendentemente alto, per raggiungere punte anche più elevate con ‘La memoria dell’assente’, ‘Tuo Ubaldo Fiori pilota’, ‘Brest’, ‘Primavera’ e ‘Parlare di te’.

Il tutto grazie anche alla scelta musicale di fondere i ritmi della melodica italiana con l’elettronica più ricercata in un mix avvincente di new pop reso possibile dal prezioso arrangiamento musicale di Stefano Palumbo e dal minuzioso lavoro in studio presso la Maia Records di Verdiano Vera, discografico leader delle etichette libere ed appassionato talent scout, la cui modernissima sala di registrazione nel centro di Genova nulla ha da invidiare a quelle di più titolate case discografiche.

Tutto questo in un album in cui musica, poesia e malinconia hanno un denominatore comune, l’amore per la vita, e che sancisce la maturità di un artista vero, autentico, che merita con ‘Le rondini’ la consacrazione definitiva.