TULIPANO – 22 Novembre 2010

23 12 2010

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Editoriale, Il diario del Ke “Jurassik Italy – Il Cimitero di Talia”

21 12 2010

a cura di Kevin de Bois

Causa neve me ne resto (forzatamente e felicemente) per alcuni giorni bloccato in casa lontano dal lavoro non ostante le gomme termiche appena montate sul 4×4. Ogni scusa è buona. Oltremodo intossicato dal ritornello “ma-mi-lasci-finire-la-prego-io-non-l’ho-interrotta” e in preda all’ozio più assoluto lascio scivolare i polpastrelli indice e medio che, ballerini pattinatori, si contendono litiganti l’area 4×5 del touch-pad, piccolo quadratino sul mio fedele portatile e unico timone per navigare in lungo, ma soprattutto in largo, tutta la rete.


Sciolti gli ormeggi dai luoghi più comuni, Facebook, finisco per incagliarmi anche in quella aree bandite, non presenti in tutte le mappe, You-Porn (scherzo, lo giuro), finché con un po’ di timore reverenziale la mia attenzione si sofferma prima e si concentra poi sul sito ufficiale del Senato della Repubblica.

Mentre l’osservo infatti, scopro con interesse masochista che vi è riportato l’elenco di tutti i senatori a partire dalla prima legislatura, con tanto di immagini incise nel web come virtuali epitaffi, digitali quanto fin troppo ermetici anche per un camposanto elettronico, che descrivono circa le origini, l’anno della nomina e la loro professione. Entro nella lista degli anni 1948 – 1953, lettera A, Abbiate Mario. Succinti ma essenziali i dati della scheda : nato nel 1872, genovese, agricoltore, nominato nella primavera del ’48 alla tenera età di 76 anni. Un uomo, dunque, anziano e presumibilmente di cultura medio – bassa. Mi viene subito un’associazione di idee e passo ad un’altra scheda di navigazione, le mie dita stavano già cercando qualcosa di diverso su Google mentre la mia curiosità su quel gruppone di estinti era già completamente svanita.


Non come quando da bambino in visita al cimitero mi allontanavo dalle preghiere e dalla noiosa pratica del rimbocco dell’acqua e scivolando di nascosto lungo il perimetro dei colombai partivo alla ricerca delle immagini più bizzarre dei defunti che mi mancavano dalle visite precedenti in cui, sfidando la paura e osando anche percorsi inesplorati in quel territorio spettrale, con la fantasia ne esorcizzavo il terrore inizialmente paralizzante.

Stavo cercando quello che qualche giorno prima avevo sbirciato troppo velocemente e solo nei tratti riassuntivi di quell’indagine pubblicata dalla Università Bocconi (curata da Boeri, Merlo e Prat) che in modo perentorio e statistico sintetizzavano, in maniera tutt’altro che politicamente capziosa (leggi CEPU) né spocchiosamente troppo accademica, ma con il potere della semplicità, l’analisi dei valori genetici della classe dirigente italiana, esattamente dal 1948 ad oggi.

Il risultato dell’indagine è che in Italia i politici sono più vecchi e meno istruiti di 60 anni fa.

Vi lascio adesso nelle mani dei tre illustri studiosi : Tito Boeri, professore ordinario di Economia del lavoro all’Università Bocconi, Antonio Merlo direttore del Penn Institute for Economic Reserach alla University of Pennsylvania e Andrea Prat professore di Economia alla London School of Economics and Political Science.

“Le caratteristiche dei parlamentari italiani sono cambiate nel tempo?
Per dare una risposta, è necessario analizzare la composizione dei deputati che entrano per la prima volta in Parlamento nelle quindici legislature che vanno dal 1948 al 2006.

La Figura mostra l’età media, la percentuale di donne e la quota di laureati fra coloro che hanno fatto il loro primo ingresso in Parlamento, evidenziando quanto le caratteristiche dei parlamentari siano cambiate in questo periodo di tempo.
L’età media dei nuovi eletti era di 45,8 anni nella I Legislatura, è scesa a 42,7 nella settima (1976) e ha cominciato poi a salire costantemente sino a raggiungere i 50 anni nella XV Legislatura.

Le donne sono triplicate, tra il 1948 e il 2006, passando dal 7,2 per cento al 20,8 per cento. La percentuale più bassa, l’1,7 per cento, si è registrata tra i neoeletti del 1968, con la V Legislatura. Anche il livello di istruzione è cambiato enormemente tra il 1948 e il 2006.
La percentuale dei nuovi eletti con una laurea, pari al 91,4 per cento all’inizio della I Legislatura, è diminuita costantemente sino a quota 64,6 per cento dopo le elezioni del 2006.
Se ci si concentra invece sulle differenze tra la Prima e la Seconda Repubblica, si nota che l’età media di ingresso è passata dai 44,7 ai 48,1 anni e la quota di donne è aumentata dall’8 al 13,9 per cento, mentre la percentuale di parlamentari laureati è scesa dall’80,5 al 68,5 per cento.
È anche interessante notare che mentre l’età media dei neoeletti è salita sia per gli uomini sia per le donne nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica (da 45 a 48,3 anni per gli uomini, da 41,1 a 46,5 anni per le donne) e la percentuale dei laureati è complessivamente più bassa nella Seconda Repubblica rispetto alla Prima (quando era dell’80,1 per cento per gli uomini e del 75,1 per cento per le donne), nello stesso periodo è tuttavia cresciuto il numero delle donne laureate (il 70,1 per cento) rispetto a quello degli uomini laureati (il 68,2 per cento).

Per capire se queste tendenze indichino un trend generale, è utile un confronto con gli Stati Uniti. Con l’eccezione delle neoparlamentari donne che mostrano nel tempo molte analogie con le colleghe italiane, gli altri indicatori rivelano forti differenze.
Negli Usa i parlamentari con una laurea (bachelor) sono aumentati dall’88,5 per cento del 1947 al 93,9 per cento del 1993, mentre l’età media del primo ingresso al Congresso si è mantenuta stabile intorno ai 47,5 anni. Se si osservano da vicino le carriere dei deputati prima della loro elezione emergono alcuni aspetti interessanti. I neoparlamentari provenienti dal settore legale sono scesi costantemente dal 33,9 per cento della I Legislatura al 10,6 per cento della XV.
Anche la quota di deputati provenienti dal settore agricolo è diminuita. Al contrario è aumentata la percentuale dei legislatori provenienti dal settore industriale: dal 12,4 per cento della I Legislatura al 26,3 per cento della XIV (2001-2006). E ne è cambiata la composizione: gli operai sono scesi dal 6,3 al 5 per cento, mentre i manager sono aumentati dal 6,1 al 18,2 per cento tra la I e la XV Legislatura. I neoparlamentari provenienti da una carriera politica sono passati dall’1,7 per cento al 15,2 per cento e i dipendenti pubblici dal 2,4 per cento al 6 per cento, tra la I e la XV Legislatura.
Un’altra evoluzione interessante riguarda la percentuale dei sindacalisti, più che raddoppiata (dal 5 all’11 per cento) nelle prime quattro legislature, crollata all’inizio degli anni Settanta e da allora stabile intorno al 3 per cento. Nel passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, si notano le seguenti variazioni percentuali nei settori lavorativi dei parlamentari: agricoltura -1, istruzione –1,1, sanità +3,3, operai –4,5, manager industriali +11,5, settore legale –6,3, lobbying –4,3, media –2,4, militari –0,5, politici +2,6, pubblico +0,2, autonomi +1,1, non nella forza lavoro +1,4. È da sottolineare che il 37,3 per cento delle donne proviene dal settore dell’istruzione (tra gli uomini il 17,5 per cento), solo il 5,3 per cento dal settore legale (tra gli uomini il 20,4 per cento): le quote complessive degli uomini e delle donne che vengono dal settore industriale sono simili (19,7 per cento uomini e 17,9 per cento donne), ma la percentuale di donne impiegate, che provengono dunque da un livello più basso, è più alta di quella degli uomini (l’11,5 per cento contro l’8 per cento), mentre i manager sono più spesso uomini (l’11,6 per cento degli uomini contro il 6,5 per cento delle donne).

Le differenze tra uomini e donne risultano analoghe nella Prima e nella Seconda Repubblica. Alcune peculiarità del mondo del lavoro italiano, come la forte presenza dei lavoratori del settore pubblico o dei dirigenti di partito che lavorano a tempo pieno nelle varie organizzazioni politiche, rende arduo il confronto tra parlamentari italiani e americani.
Tuttavia, se nel periodo che va dal 1947 al 1994 si osservano le percentuali dei lavoratori americani impiegati nel settore legale e nel mondo degli affari prima della loro elezione al Congresso, si nota, oltreoceano come in Italia, un declino dei neoeletti provenienti dal settore legale. Molto diverso invece il numero dei parlamentari che arrivano dal mondo degli affari: negli Usa la quota è rimasta abbastanza stabile negli anni, oscillando tra il 15 e il 20 per cento. Oltre ai dati sull’ultima occupazione prima dell’elezione, che riguardano 4.317 su 4.465 deputati tra il 1947 e il 2007, questo studio prende in esame anche le carriere successive al mandato parlamentare di un campione rappresentativo di 860 parlamentari (768 uomini e 92 donne).
L’età media del campione è 56 anni. Il 5,6 per cento lascia il Parlamento per andare in pensione, mentre il 2,7 per cento per andare in prigione. è interessante notare come molti parlamentari provenienti dal settore privato rimangano in politica anche all’uscita dal Parlamento. Volendo approfondire l’aspetto delle carriere post-parlamentari e incrociando i dati sulle occupazioni antecedenti e quelle successive al mandato, emergono dettagli incredibili.

Primo: il 57,4 per cento degli ex parlamentari non torna alla sua occupazione iniziale.
Secondo: i deputati che tornano più raramente alla vecchia occupazione sono gli ex lavoratori dell’industria (4,3 per cento). Di fatto, il 17 per cento rientra nel settore ma con posizioni manageriali.
Terzo: pochi abbandonano la politica. Molti deputati provenienti da altri settori prima di entrare in Parlamento, alla fine del mandato accettano un incarico politico: una quota che varia dal 28,1 per cento di chi prima lavorava nel settore legale, al 37,5 per cento di chi ricopriva un ruolo manageriale nel settore industriale, al 49,1 per cento di chi proveniva dal lavoro autonomo, al 54,9 per cento di chi lavorava nel settore pubblico, al 61,2 per cento degli ex impiegati nell’industria. Allo stesso tempo, chi proveniva dal mondo politico, nel 74,2 per cento dei casi ci rimane. Solo il 21 per cento sceglie il settore privato (e un rimanente 4,8 per cento va nel pubblico impiego). Di tutti gli ex parlamentari che restano in politica, il 21,5 per cento è eletto o impiegato negli enti locali (città o provincia), il 14,3 per cento nelle regioni e il 10,6 per cento a livello nazionale. Il restante 53,6 per cento accetta un incarico nel partito. Negli Stati Uniti si osserva invece il fenomeno inverso. Gli ex parlamentari che al termine del mandato lavorano nel settore privato sono la maggioranza (59,8 per cento) contro il 40,2 per cento che accetta un altro incarico politico. Gli ex parlamentari che vanno in pensione dopo la fine del mandato sono il 13 per cento, di più di quelli italiani, anche se l’età di ritiro è la stessa (56 anni).

Copyright © 2010 EGEA – Università Bocconi Editore





Il Tulipano nr 22 dell’11-12-2010

11 12 2010

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Diario del Ke “Incubo di una notte di fine autunno”

11 12 2010

a cura di Kevin de Bois

L’urlo delle sirene delle navi nel porto di Genova con cui parlavano nella loro lingua le balene di ferro è ormai in lontananza. Affacciato a poppa abbraccio con lo sguardo l’ultima veduta della città che lampeggiante di colori si confonde sfumando a poco a poco inghiottita dall’ombra del mare. L’aria gelida che risale dalle onde che spruzzano sullo scafo mi spinge in faccia con forza su per le narici anche gli odori nauseanti dell’acqua stagnante nelle sentine mista alle piccole perdite del gasolio che confluiscono dai serbatoi, ma il mio volto è sereno e finalmente, dopo tanti giorni sorrido. La scia biancastra dell’elica sul mare imita la curva del sorriso della luna nel cielo e sbeffeggia l’austero faro svoltandogli di lato in direzione Tangeri, oltre Gibilterra, altra storia, altre sirene. La terra adesso  è lontana, la nave è avvolta nel blu, Scendo tra le viscere della balena e mi chiudo nella cabina, piccola quanto basta, abbastanza per i miei sogni. Sto per addormentarmi. Rovisto tra le immagini della memoria e rivisito come in un volo di gabbiano le bianche case della mia terra, i miei vent’anni per sommi capi, cosa mia ha portato a lasciarla per lavorare in Italia, la musica, le palme e la mia famiglia, mia moglie i miei bambini, mio padre. Rilassandomi percepisco adesso tutta la fatica di questi mesi, ho le braccia pesanti dal lavoro, la schiena dolorante ma ho guadagnato abbastanza, abbastanza per un semplice cittadino nordafricano. Come se non bastasse prima di partire ho litigato con il capocantiere e mi è sfuggita una imprecazione ad Allah l’altro giorno parlando con il mio amico Sahid mentre gli raccontavo l’ingiustizia per non lavorare in regola, colpa del mio carattere di beduino mi ha risposto Sahid, dirò una preghiera in più. Dove sarà la Mecca ? Allah mi perdoni ma non ho la bussola. Mi inginocchio. Bussano alla porta. Chi sarà? Chi è? Polizia, apra la porta! Si vesta, esca! Presto! Ma che ho fatto? Lo spieghi alla questura di Bergamo, non faccia domande! Ma io .. Niente domande! Volevi scappare eh ? Vieni con noi!

La barca della polizia rientra verso il porto di Genova facendosi largo come uno squalo tra i cetacei, lo sguardo severo degli agenti non promette nulla di buono e il suono delle sirene assordante da dentro la volante, adesso era decisamente più amaro, ma forse sto già dormendo. Vero Sahid ?





Il diario del Ke “Veroneaks”

7 12 2010

a cura di Kevin de Bois

Dalla tempesta che trapela dai files WikiLeaks fioccano informazioni che come la neve di questi giorni gettano, se non lo scompiglio come si era ipotizzato, almeno un gelo di imbarazzo tra i governi internazionali, ma non sul nostro.

L’italiano basso medio e alto per sua indole, seppur non per Costituzione (almeno) è già assuefatto al peggio e strutturalmente abituato allo scandalo. Aveva ragione Pasolini sul conto della nostra società, ha ragione Beha e un nutrito gruppo di giornalisti, editorialisti e filosofi dei giorni nostri sul conto delle nostre attitudini e quindi sulle libertà di manovra del Premier e tuona come tuono nella pioggia di indiscrezioni la ragione che aveva Donna Veronica Lario nelle sue pesanti dichiarazioni, tramutate in illazioni da un certo tipo di sottostampa che con una buona dose di fango ne avrebbe costruito una statuetta di femmina ingrata che prendeva ignobilmente le distanze dal marito perché spinta da interessi economici e afflitta da mancanza di attenzioni del marito, prepotente potente tra i potenti a cui tutto andrebbe invece generosamente concesso.

All’uomo-piedistallo ridicolizzato anche sul palcoscenico internazionale a galoppino di Putin, rimasto già traballante con sempre meno alleati al governo a cui manca una sola spallata per cadere, poco importa. Gli sarebbero rimasti alcuni giornalisti e un manipolo claudicante di uomini di fiducia per la tragicomica zampata finale. In prima fila Bonaiuti-Bondi, tanto per rimanere alla lettera B, che lo sorreggono beati come si trasporta il Santo nelle feste patronali (anche se è più idonea l’immagine dei porta-bara al cimitero) dove ai sorrisi prendono il posto le lacrime, non più per l’estasi che fu, ma forse più per il fatto che avvertono oggi i dolori agli arti nel sostenerne il peso.

Come un animale ferito indietreggia nella foresta mentre è braccato da tutte le direzioni. C’è una morte fisica e una morte della dignità a cui non ci si può sottrarre.

A Veronica, che avrebbero voluto internare come la protagonista del celebre romanzo di Coelho, sembra si addica maggiormente la via per cui abbia, invece, deciso di vivere.

 





Sicari in grisaglia

7 12 2010

a cura di Antonio Cabitza

Non saranno i pranzi raffinati e luculliani con i dissidenti domenicali a salvare il Cameriere di Putin, Silvio Berlusconi, dall’onta della doppia sfiducia. Altri tormentati senatori e deputati si apprestano a sanzionare ed espellere dalla politica uno “stanco, inetto, incapace” (fonte della diplomazia americana) e, purtroppo, vergognoso presidente del consiglio dei ministri italiano.

Sono mesi che il governo vive in uno stato di permanente precarietà, nonostante l’attivismo, l’agitare delle acque, le promozionali manifestazioni sulle iniziative epocali e miracolose del premier.


Tutti in attesa della fatidica data del 14/12 quando si aprirà il dibattito sulla fiducia. Dopo appena 3 mesi  dalla conferma del Gabinetto, lo stesso viene sistematicamente posto in minoranza dai rovesci sulle proposte legislative spacciate per riforme. Giustizia, Rai, leggi di stabilità, Università. Un Vietnam, un percorso di guerra, un campo minato che potrebbe ripresentarsi da Natale in poi, qualora riuscisse l’operazione rabberciata e costosa di compravendita di onorevoli al prezzo di vitalizi iperbolici, tali da trasformare, come se sfregassero la lampada di Aladino, un Pionati o Massidda in novelli sceicchi di Avellino e di Cagliari. Località sicuramente deliziose direte voi, ma dove di certo non sprizza petrolio.

Governare è un mestiere difficile che richiede preparazione e capacità di mediazione. Ma se il dialogo  si rifiuta, si crede di bastare a se stessi, si divide il mondo in buoni e cattivi oppure in fedeli e traditori, beh non si può pretendere di saper affrontare le emergenze. Il declino economico non lo si contrasta sfiancando un paese con il degrado etico e morale e tirando ponti levatoi, arroccandosi e chiamare ripetutamente la retroguardia a proteggere le spalle del condottiero.

La difesa comincia a spazientirsi. I fedelissimi vedono le difficoltà del comando e ne hanno paura. Vedono i generali che tramano, alcuni inciampano nel fango degli scandali o disertano per frequentare bordelli e cosche d’affari criminali.

Quando putridi comportamenti sono parte della missione di governo e gli abusi, le clientele oscurano le verbosità meritocratiche, quando le promesse franano davanti a clamorose evidenze, quando ministri in prima linea rubano nella cambusa; a niente valgono i riti e le cene riparatrici per rinsaldare una devozione priva convinzione.

La retroguardia pensa ormai che la vittoria è una chimera, il sogno infranto. Allora le truppe cominciano a muoversi disordinatamente, non arrivano ordini precisi e perentori. Tutti pensano sia più opportuno conservare le posizioni che continuare ad avanzare.

La retroguardia leghista è formata da gente di bassa qualità che veniva sobillata con slogan identitari, egoismi fiscali, pulsioni razziste in cambio di suolo, quattrini, condoni, femmine e cariche.  “Padroni in casa nostra”. “Vogliamo i “nostri” soldi”. Con queste arroganze e discriminazioni hanno edificato i loro bastioni impenetrabili al resto della società. Hanno occupato le istituzioni amministrative, economiche e finanziarie e le tengono strette per sé ed i loro parenti e soci di partito.

Solo che la crisi, il dissesto idrogeologico del territorio, la fasulla sicurezza che maschera la penetrazione mafiosa, le mancate riduzioni fiscali e la accentuata farraginosità burocratica; tutto questo ha indebolito e posto seri dubbi sulla saldezza del comando e sulla efficacia dell’azione dei loro generali. Le loro menti si corrodono e vengono affollate da pensieri turbinosi di cappi, ghigliottine, forche, tradimenti e congiure. Quell’armamentario che viene utilizzato quando le illusioni svaniscono e subentra la legge primordiale del “si salvi chi può”. Già la storia della Lega Nord è costellata di episodi che hanno a che fare con complotti e tradimenti. Esibizioni di minacce secessioniste con blindati di cartone, adunate sediziose e manifesti  forcaioli contro i loro temporanei avversari: Craxi, il CAF e Berlusconi del 1994, prima alleato poi nemico giurato e dopo ancora ferreo alleato.

Dopo quegli avvenimenti hanno incrementato sempre il potere, facendo del loro provvisorio compagno di avventura un rottame, per alzare la posta futura, occupare posizioni scoperte oltre che conservare i beni acquisiti.

Ora  il gruppo originario delle camicie verdi, degli agitatori dello spadone di Alberto da Giussano, dei giochi celtici, miss padane ed elmi cornuti è diventato un corpaccione che si frastaglia in componenti industriali, ceto amministrativo e popolo sbandato.

In particolare le componenti industriali e gli assessori, presidenti, funzionari delle regioni e comuni, i consiglieri di amministrazione, sindaci ed i nominati a presenziare i comitati delle fondazioni bancarie, tutto questo ceto politico avverte che le mura del potere cominciano a franare ed il consenso venire meno. Annusa l’odore del sangue della bestia ferita e presto si scaglierà ad azzannare la polpa come una muta di cani all’attacco del cinghiale abbattuto e morente.

Il Cavaliere di Arcore resta convinto che quella fedeltà non verrà meno. Per cementare questi giuramenti si susseguono le cene conviviali e spartitorie, prima settimanali adesso sempre più frequenti. Ma più aumentano questi annunci sulla ritrovata alleanza più si avverte che sta stringendosi il cappio al collo del governo.

Saranno i rappresentanti di questa corrente boiarda che ora si è messa in grisaglia a determinare la fine del berlusconismo. La corrente leghista degli amministratori è preoccupata di tutelare le carriere future e vuole separare, stroncare le complicità verso gli scandali sessuali e giudiziari del capo del governo.

I Sicari saranno i presidenti di regione e sindaci di grossi comuni, i vari Cota, Zaia e Tosi con le loro cordate presenti in parlamento. Ora governano nel territorio e definiscono affari ed assetti di potere insieme alle gerarchie clericali e vertici militari partecipando a buffet ed inaugurazioni con il simbolo identitario nascosto. Un abito firmato e ben stirato dovrà mimetizzare il loro passato recente.

I sicari in grisaglia giocheranno a loro favore le mancate riduzioni fiscali oltre l’impoverimento del territorio. Addebiteranno al governo di Roma le difficoltà economiche delle aziende locali a reperire finanziamenti. Si lamenteranno dei fallimenti di tante imprese che vengono messe fuori mercato dalla concorrenza dei paesi emergenti. Staccheranno la spina e sfiduceranno Berlusconi poi, in doppiopetto,convivranno con la malavita calabrese e siciliana che dirotterà nuovi finanziamenti ai loro elettori attaccati alla canna del gas ed alle banche del nord, già sofferenti di titoli tossici e crediti verso stati sovrani a rischio default.

 





Taglia e scuci

7 12 2010

a cura di Pietro Sergi

E dove non si scuce, strappa. La tensione sta salendo in ogni ambito sociale; credo che ormai sia giunta l’ora di chiudere questa pagina storica e riaprirne un’altra. D’accordo, c’è un Governo eletto dal popolo, ma lo stesso popolo adesso si sta ribellando. Ci sono segnali che ci indicano come la soglia del buonsenso comune e del sottile filo logico trasversale alle ideologie e ai giochi di potere siano oltrepassati. Uno di questi segnali è la volontà di metter mano, attraverso la finanziaria – strumentalizzando la crisi -, alle donazioni provenienti dal 5×1000 e destinati alle varie fondazioni umanitarie ed enti di beneficenza. Stiamo rubando le caramelle ai bambini e ancora l’interruttore della coscienza e della vergogna non scatta.

Le misure una tantum ci hanno ridotti a questo. Le bugie e la menzogne plateali che pretendono di fungere da ponte tra un potere avulso dalla realtà in cui siamo piombati inseguendo un sogno di nebbia,  si dissolvono di fronte al sorgere di un sole che spunta dalla Cultura e dalla fonte primaria da cui esse trae la sua essenza: l’Università. Il Sapere, la Ricerca, la Cultura. E’ da lì che il nuovo giorno e la nuova e giusta attenzione che serve per non sprofondare ancora più in basso insieme a queste componenti vitali per la vita di un Paese ricco di fosforo, di vitalità e di Cultura devono nascere. Mi piace ricordare il breve intervento di Monicelli a “Rai per una notte”, dove parlando della speranza disse che è uno strumento inventato dal potere. Beh, non aveva torto. Non si può delegare il futuro alla sola speranza di un mondo migliore: bisogna concepirlo materialmente attraverso scelte lungimiranti e di buonsenso. La speranza è l’ultimo baluardo; l’ultima carta da giocare contro l’ineluttabile. Ma è argomento che non può valere per l’economia, per la Cultura e per il futuro di coloro che studiano e si impegnano proprio per non affidarsi alla sola speranza.

Si parla di “staccare la spina”…l’ultima cosa che vorrei, sarebbe la forza di poterlo fare io, per ciò che mi riguarda; togliendo agli altri l’ingrato compito. Loro, i governanti, possono farlo.

Perché non sanno più neppure infondere speranza alcuna. Su niente.